lunedì 13 febbraio 2017

Artista si è o si fa?

Avere o essere? Un dilemma lanciato negli anni settanta da Erich Fromm che ha contagiato una generazione e che potrebbe essere parafrasato in molti modi e in molte circostanze.
Ogni tanto questo dualismo della visione dell'etica mi si ripropone sotto nuove forme ed articolazioni.
Al momento quello che mi sovviene è la sua parafrasi in "Fare od Essere". Lasciando perdere il toscano che da molto tempo interroga i suoi concittadini chiedendogli "ci fai o ci sei?", io mi domando se questo dilemma possa essere, e soprattutto quale possa esserne la risposta, applicato al mestiere dell'artista.
Indubbiamente, per certi versi quello dell'artista può essere considerato un mestiere, per altri versi, ed è innegabile, una condizione dell'essere.

Credo che non mi stancherò mai di ripetere la metafora marxiana sul modo di produzione dell'arte (K. Marx, Teorie sul plusvalore, I, pp. 599-­600), o meglio sulla condizione del lavoro dell'artista, in cui, individuato l'artista come lavoratore improduttivo, viene paragonato al baco da seta ed al suo modo di produrre. Una bella immagine che ci restituisce una nozione: il fare arte non può che essere una condizione ineludibile che spinge un essere a produrre determinate cose guidato esclusivamente da un estro naturale.
Da qui parrebbe che l'idea dominante identifichi l'artista come una condizione dell'essere.
Ma lo stesso Marx, nello stesso saggio, parla di lavoratori produttivi nel mondo dell'arte. Questi lavorativi producono in qualità di salariati e producono comunque cose artistiche. Pertanto la palla viene rimandata indietro e ci ritroviamo al centro campo. In Marx non troviamo la risposta definitiva tra "essere" e "fare" l'artista, ovvero tra lavoratore improduttivo e lavoratore produttivo.


Va da se che alcuni artisti, una volta trovato il successo, "fanno" gli artisti e trasformano la loro natura "estrosa" in una più materiale e pragmatica. Ma possono essere biasimati per questo? Dopotutto è la società a volerli così, oltre che, forse, a crearli così. La società crea il mercato, il mercato crea "l'artista che fa l'artista".

Forse potremmo pensare che gli artisti "puri", quelli "estrosi", quelli che "sono" siano migliori in quanto integri e che nulla concedano al "fare" così greve e materiale, contrapposto all'etereo essere. Forse potremmo crederli migliori non concedendo nulla al "fare" che consentirebbe loro di comunicare la loro arte ad una platea di pubblico più ampia. Ma ne siamo sicuri?
In "Sentimento e Forma" Susanne Langer mette in evidenza l'esistenza di un equilibrio tra le forze contrapposte in cui potremmo vedere l'essere come un'aspetto del sentimento e il fare come un aspetto della forma.

Ma un altro pensatore occidentale ci guida tra questi equilibri con altri parametri e altri riferimenti: Abraham Moles con il suo saggio "Il kitch e l'arte della felicità" ci introduce in un modo ordinato ed equilibrato in cui quantità controllate di condiscendenza nei confronti del pubblico (contenuto di kitch), non solo sono accettabili, ma necessarie per permettere il superamento del "rumore di fondo" che inevitabilmente esiste nella veicolazione di messaggi tra soggetti, produttore e fruitore, che hanno culture differenti  e parlano lingue reciprocamente estranee.

Pertanto il segreto non è essere o fare l'artista, ma trovare quel giusto equilibrio che consenta di comunicare quanto si ha da dire e di farlo nel modo più sincero possibile, nei limiti della comprensibilità, senza però concedere troppo al Kitch.
Dopotutto anche Don Qixotte aveva un Sancho Panza a riportare l'equilibrio tra il suo essere e il suo fare. Fosse stato solo, Don Quixotte sarebbe stato solo un cavaliere, invece, grazie al suo contraltare che spronava e frenava, ha potuto vivere le proprie avventure senza perdersi definitivamente nel suo essere.
Certo che se è possibile insegnare il fare, per l'essere le cose sono molto differenti.
Qualcuno potrebbe pensare a qualcosa di genetico, una predisposizione biologica. I più mistici potrebbero pensare ad un dono divino o a favorevoli congiunzioni astrali. Certamente l'ambiente aiuta, così come la volontà di trasformare l'ambiente che ci circonda in uno più consono a sviluppare una personalità adeguata alle proprie aspettative. Pertanto nulla è perduto. Per quanto si possa pensare alla propria negazione, ci sarà sempre un modo, sempre che ci sia la volontà, per costruirsi un "essere" assecondando il proprio "fare", così come ci sarà sempre il modo di arricchire il proprio "fare", assecondando il proprio "essere".

L'argomento può chiudersi qui? Forse. Ma forse si possono trovare altri spunti di riflessione.

mercoledì 14 dicembre 2016

L'Arte è morta! Evviva l'Arte!

Giulio Carlo Argan sentenziava alla fine degli anni settanta la morte dell'arte.
Nel 1980 venne intervistato da Tommaso Trini con una lunga chiacchierata pubblicata poi nei "Saggi tascabili Laterza". Rileggendo queste pagine dopo molti anni non possiamo che constatare che quanto decretato allora come fatto storico, nel tempo si è rivelato essere una profezia alquanto veritiera. La sua era una visione storica da storico dell'arte. Tutto di lui parlava di Arte e l'arte era tutto quello che poteva interessargli. Ma quella sentenza suscitò all'epoca un coro di critiche o, tra i più blandi, di alzata di spalle. Quella che allora era una visione diacronica dell'evoluzione delle forme di espressione artistica, con una cesura netta che allora non mi convinceva, oggi la vedo come una profezia frutto di una cassandresca dote. Personalmente sono sempre stato propenso a concepire in modo sincronico l'evoluzione delle espressioni artistiche, sposando una sorta di darwinismo culturale, pertanto la diagnosi di Argan mi sembrava fuori luogo, ma oggi, andando per mostre, sfogliando i cataloghi d'asta e vedendo le fiere di settore mi devo ricredere.
Certamente Argan circoscriveva l'Arte, e di conseguenza la sua morte, ad un "sistema di tecniche legate al lento e personale lavoro artigianale". Pertanto con il concetto della "morte dell'arte" non voleva mettersi in lutto; voleva solo dire "che all'arte è succeduta una ricerca estetica con altri mezzi". Ed era proprio questo succedersi che per me non aveva senso. Nella contemporaneità ci sono sempre pluralità di forme espressive, poi la storia nel suo filtro entropico perde molte sfumature e lascia una traccia diacronica dell'evoluzione. Per meglio dire: quanto diceva Argan, lo vedevo contraddetto da molta produzione artistica che ancora fondava sui principi che lui decretava defunti.
Ma poi, a quasi quarant'anni di distanza, ecco la profezia avverarsi. 
Io mi sono sopito per un po', mi sono distratto e come  William Guest eroe della novella di  Morris, mi sono svegliato e non ho più riconosciuto ciò che mi circondava. 
Il sistema tradizionale era un modello basato sulla produzione artigianale con una massima qualità e una minima quantità: poteva essere raffigurato da una piramide con alla base gli oggetti comuni ed al vertice le eccelse forme di espressione artistica, oggi questo modello non è più adeguato. In una società caratterizzata dalla produzione industriale si deve assumere un modello raffigurabile come una spirale di variazioni infinite di prodotti di massa. Il nuovo modello è quindi caratterizzato dal progetto; e se questo è risultato valido per il design, lo si è messo in pratica anche per il prodotto artistico.

Ma l'arte, come un araba fenice, risorge sempre. Se da una parte l'evoluzione è stata nella moltiplicazione di un idea su scala industriale, dall'altra, la ricerca pura di un idea unica, ha spinto ad eccessi la cui forma estetica è ancora tutta da definire.

Pertanto se l'arte è morta, viva l'arte.


martedì 29 novembre 2016

Alessandro Di Vicino Gaudio e la "Nuova Oggettività"

Alessandro di Vicino Gaudio vede l'umanità del suo tempo attraverso le icone mediatiche che pervadono ogni angolo disponibile. Il tutto viene poi infarcito dall'esperienza diretta della sua vita quotidiana, simile a quella di tutti noi. Il risultato è un racconto, una storia, un viaggio lungo una personale introspezione che potrebbe essere quella che ciascuno, se ne avesse voglia e capacità, dovrebbe di tanto in tanto fare. Un riferimento al suo fare lo possiamo trovare, per certi versi nella storia dell'arte d'inizio secolo scorso. Potremmo andare in quella Germania travagliata e tumultuosa dove si è fatta, nel bene e nel male, la storia europea. Gli inizi secolo forse si assomigliano tutti, così come si assomigliano le paure di tutti i fine millenni. Ma oggi più che mai i moniti e i segni devono essere colti da quelle persone che, per loro natura e per loro funzione sociale, sanno raccogliere le vibrazioni, le sensazioni, le grandi paure nascoste. 
Otto Dix,
Sylvia von Harden,
1926
 Queste persone non possono che essere gli artisti, e Gaudio è artista fin nel midollo.
Il fatto è che Grosz nella sostanza culturale delle avanguardie, proprio come Dix, aveva introdotto uno spirito d'implacabile denuncia, di rabbia, di indignazione. Così, all'interno della lezione cubista, egli aveva fatto irrompere, con spregiudicata irriverenza, il segno primitivo dell'epigrafia popolare, dello scarabocchio e dell'iconografia scurrile studiata sui muri delle strade. ...M. De Micheli Se George Grosz, Otto Dix o Max Beckmann prima di lui dovevano accontentarsi del loro prossimo, incontrato in piazze, Caffè o alle feste, per alimentare il proprio orrore per il tempo in cui erano costretti a vivere, ora Gaudio può farlo usando una varietà di soggetti che possono essere collocati indifferentemente in un paese occidentale o in uno orientale. Un ovunque.
George Grosz,
Il funerale.
Dedicato a Oskar Panizza,
1917-1918
In quel "non luogo" che raccoglie tutto senza distanze e senza tempo. Nessuna distanza geografica a dividere, ma solo quella sociale a fare da spartiacque. Il suo mondo artistico è pieno di tutti quei timori che hanno attanagliato scrittori e registi negli anni travagliati del novecento e ancora oggi rimangono latenti nella nostra società. 
Certe volte le visioni sono apocalittiche, anche se descritte sempre con quello stile asciutto e semplice che ricorda lo "stencil" o il fumetto, altre volte sono semplici moniti di una deriva progressiva.

Max Beckmann,
Ricevimento a Parigi, 1931


Ma Alessandro è solo pregno di pessimismo tragico? Sarebbe poi così impossibile, secondo la sua visione del mondo, liberarsi da questa tragedia accentratrice nell'ego di tutte le energie vitali? forse non è così, dopotutto lui è un artista e produce quadri. Un dipinto, dopotutto, parla sempre di più cose. Molte di più di quanto l'immagine sembri riportarci. Le opere di Alessandro ci parlano di lui, del mondo in cui è immerso  e che affronta ogni giorno; ci parlano delle immagini che lo colpiscono, che si trascina dietro anche quando chiude gli occhi, di come le ricompone in nuove forme, in nuove sequenze. Certo che le sue visioni del futuro sono degne delle più apocalittiche descrizioni orwelliane, o degli scenari opprimenti di Bradbury. Le sue immagini sono le "ipotetiche" elementari di un preoccupante oggi troppo silenzioso, dei moniti da tener presenti lanciati con la speranza di smuovere quel che rimane dell'empatia umana non ancora svuotata dalla freddezza dei mezzi di comunicazione indiretta di cui oggi ci circondiamo.


Ma poi si insinua timidamente un segno di speranza. Una speranza che l'umanità, nonostante tutto, rimane e se coltivata sboccia. Un miracolo che vede anche il deserto fiorire di tanto in tanto. Così è per la natura di cui siamo comunque parte. Così si ha una speranza e una via d'uscita.
“In a cloudy day”
acrilico su tela 120x50cm

Dopo tanti ammonimenti ecco una cura da seguire, attuando l'esortazione di Ralph Waldo Emerson: "Scrivilo nel tuo cuore che ogni giorno è il miglior giorno dell’anno".
Andando oltre e trovando anche in Walt Whitman quella semplice esortazione che da migliaia di anni aleggia nel mondo: "cogliere l'attimo: questa è la felicità; cogliere l'attimo e non lasciare alcuno spazio al pentimento o all'approvazione" e come dare torto al poeta d'oltre oceano  quando ci dice: "la felicità in nessun altro posto che qui / in nessun altra ora che questa".

Ma prima esorcizziamo le paure, guardiamo le nostre pecche, apriamo gli occhi sul mondo e scrolliamocelo di dosso. Gli artisti neo oggettivi ci hanno aperto gli occhi in ogni epoca, Gaudio lo fa oggi. Togliamoci gli occhiali e guardiamo la realtà prima che sia troppo tardi.
video...

lunedì 28 novembre 2016

1979 Flavio Caroli parla della crisi del mercato dell'arte


Lungimiranza quella di Caroli che nel 1979 ci parlava della crisi del mercato dell'arte o cronica sofferenza lamentosa del mugugno del settore?

Difficile a dirsi, ma quello che appare subito lampante é che tutto sommato poco si sappia del mercato, del suo valore economico e dei suoi aspetti peculiari. Tanto che Caroli sostiene che il mercato in quell'anno abbia subito un calo del settanta o ottanta per cento rispetto al 1972, anno al culmine di un decennio dove a Milano si era drenato, sempre a sua detta, niente po' po' meno che il settanta per cento del mercato mondiale. Mica noccioline, parla proprio di mercato mondiale. Stranamente però non conforta queste affermazioni con fonti di riferimento attendibili, ma nonostante ciò gli hanno pubblicato un libro con la raccolta dei suoi articoli usciti sul Corriere della Sera negli anni immediatamente precedenti. Nella sua prefazione ci apre gli occhi su un mondo del Bengodi dove ingenti flussi di denaro arrivavano bella capitale meneghina divenuta l'ombelico del mondo del'arte.  Forse la prefazione del suo libro necessitava di un sugo un po' piccante per renderlo più appetibile.  Ma oggi si tratta di storia antica.  anche se Caroli compare in televisione come testimone attendibile di questo strano mondo, e nessuno ha voglia di chiedergli di rendere conto delle sue affermazioni di allora.

Verba volant scripta manent. Vogliamo ritrovarle queste parole? e allora:

  • La politica dell'arte, il titolo;
  • Garzanti l'editore;
  •  Il 1979 l'anno.


Forse erano gli anni della Milano da bere, forse darle un ruolo centrale doveva servire a qualcuno. Forse tanta gente parla a vanvera.
Ma se nel settantanove si era già già perso una fetta così consistente di mercato cosa dovrebbe rimanere oggi?

sabato 15 ottobre 2016

Lorenzo Piemonti opere Madì

Se non siete potuti passare martedì, eccovi una breve documentazione della serata.








Una delle ultime interviste al maestro




lunedì 26 settembre 2016

Piemonti Giano Bifronte




L'arte di Piemonti a prima vista e a prima lettura appare, senza ombra di dubbio, apollinea, dettata cioè da quella razionalità geometrico-matematica tipica del costruttivismo, del concretismo e di tutta l'arte analitica; ma Tommaso Trini, con la sua naturale sensibilità maturata in decenni d'esperienza e studio, riesce a vedere oltre la superficie e oltre, anche, quell'apparenza al primo sguardo. Nel 1974 scrive a Piemonti in merito alle sue recenti opere, di aver notato come il suo lavoro fosse "... razionale e irrazionale allo stesso tempo ...". Una affermazione che parrebbe una contraddizione, ma che subito nello stesso testo chiarisce: " ... da un lato le tue astratte composizioni sono guidate da un'evoluzione strutturale che solo la ragione suggerisce, un altro lato il loro linguaggio di base che opta per certi modelli geometrici e cromatici nasce da un livello per me insondabile che è il tuo pre conscio, il livello mediano tra ciò che esprimi e la sede inconscia dell'espressione. ...".
Il linguaggio di base dunque attinge a quel magma di conoscenza che l'artista ha accumulato e sedimentato in se il cui sfogo viene imbrigliato dal razionale volere di ordine geometrico e matematico. Un origine dionisica, selvaggia, ma domata dalla forza ordinatrice della natura apollinea del lavoro.

In tutto ciò appare evidente come Piemonti non potesse stare a lungo su un tema senza doversi sfogare su altro. Di qui la sua vocazione a sperimentare, di qui la sua necessità di ricondurre le proprie sperimentazioni a quel rigore appreso sia dai suoi maestri d'oltralpe, sia da quelli d'oltre oceano.
Forme, geometrie e colori del "Realisme nouvelle" e accumulazioni cromoplastiche dei Madì si alternano e si susseguono, lasciando una traccia di dionisiaco in tutto il suo lavoro.
Nella mostra milanese vengono esposte solo le opere del periodo Madì, in attesa che una retrospettiva completa di tutta l'opera possa dare una visione d'insieme della ricchezza creativa dello scomparso maestro.




martedì 26 luglio 2016

Che fine hanno fatto i premi di pittura?

Che fine hanno fatto i premi di pittura?

Una domanda che dovremmo porci più spesso, così come dovremmo domandarci che cosa hanno significato per l'arte i premi nel nostro recente passato.
Forse dovremmo specificare, per quanti non conoscano la realtà di oggi fatta da una miriade di premi e rassegna dai nomi più strani e da regolamenti più astrusi tenuti in luoghi più o meno noti. Dovremmo innanzitutto distinguere i premi "mecenatistici" dai premi "lotteria". 
I premi "mecenatistici" possono essere definiti quelli che una volta venivano istituiti da veri e propri mecenati delle arti. I loro scopi erano i più disparati: generare consenso (premio Esso, premio Marzotto, ....), ricordare una persona scomparsa (premio senatore Borletti,...), costituire una raccolta museale (premio Lissone, ...).
Ma ora, cosa ci rimane? 
Premi un po' mercenari, premi lotteria. Si paga un biglietto e qualcuno viene sorteggiato. Qualcuno ha un piccolo tornaconto e molti un attestato di partecipazione.
Una situazione un po' triste, no?
Eppure, con le risorse del web, il crowd funding, e un po' di social, si potrebbe costituire una nuova formula per fare delle cose serie. Un tornaconto per tutti, un progresso sociale nelle arti.
Chissà?

lunedì 18 luglio 2016

Archipenko, il più detestato artista negli anni venti

Da Emporium del 1920, dalla recensione delle dodicesima Biennale di Venezia, troviamo una accanita e ripetuta stroncatura del padiglione russo ed in particolare delle opere di Archipenko.
I tempi cambiano e le mode della cultura cambiano con esse.






venerdì 8 luglio 2016

Il trilogo di Wikipedia per gli artisti

La grande risorsa onniscente di Internet, il luogo più anarchico che gli umani abbiano mai creato, ha delle regole ferree per l'ammissibilità delle voci e pochi baldi, volenterosi tutori dell'ordine. Questi paladini delle porte del sapere, alfieri delle regole a difesa dell'integrità intellettuale del luogo, devono quotidianamente fronteggiare, solitari ed anonimi, una marea di egocentrici narcisisti che vogliono dire la loro su tutto, e, magari, sul soggetto che maggiormente hanno a cuore: se stessi.
I fieri censori sono comunque aiutati in questo improbo lavoro da regolamenti semplici, ma efficaci.
Occupandoci di arte darò quindi il decalogo, che essendo costituito da tre punti fondamentali chiamerò "trilogo", per essere accettati nell'empireo della memoria e della conoscenza universale, quale oggi è Wikipedia.
Un "artista" per avere l'aura, la dignità e l'onore di essere caratterizzato da una "enciclopedicità", deve soddisfare almeno una delle tre leggi "sine qua non", per essere ammesso, altrimenti che si accontenti del prezzolato "Bolaffi" et similia.

1. Una sua opera si stata acquisita da un museo o da una collezione d'arte pubblica o privata di notevole prestigio, oppure sia stata collocata stabilmente in un contesto di notevole interesse urbanistico o architettonico.
2. Abbia partecipato (o una sua opera sia stata esposta) a due mostre o manifestazioni artistiche di rilevanza internazionale o quattro di rilevanza nazionale.
3. Che l'artista sia stato vincitore di un premio artistico di rilevanza nazionale.

Estratto da:
https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Aiuto:Criteri_di_enciclopedicit%C3%A0/Artisti&oldid=81139673



Ma veniamo al dunque.


Il primo punto parla della volontà di una istituzione pubblica di rappresentare l'artista tra quelli che già rappresenta. Un museo, viste anche le difficoltà economiche e di bilancio che si sanno essere sempre notevoli, difficilmente si presta all'acquisto di opere di chicchessia, anche se l'opera dovesse essergli donata. I costi di gestione e di manutenzione, per quanto piccoli per ogni singola opera, si riverberano sulla quantità di opere e sul tempo in cui queste vengono conservate. Ars longa vita brevis. Il curatore non dura quanto l'opera, ma i suoi successori potrebbero non gradire l'ingombro lasciatogli nei magazzini e raccomandargli cose non piacevoli nell'aldilà. Pertanto i curatori museali sono ben attenti all'accettazione di lasciti e donazioni. Un esempio recente lo abbiamo a Milano quando
Philippe Daverio in qualità di assessore alla cultura rifiutò la donazione di 50 opere di Aligi Sassu giustificando il gesto con la sua impossibilità di obbligare la cittadinanza a spendere per la loro custodia, considerandole opere di scarso pregio. Bisogna notare che la città di Lugano, forse perchè più ricca, anche se più piccola, accettò al volo la donazione dell'offeso artista.
Ma non esiste solo la "grande" Milano e i suoi "grandi" amministratori. L'Italia è ricca di comuni e province (anche se queste sono state di recente abolite) e di conseguenza di palazzi di loro pertinenza. Palazzi pubblici le cui pareti sono adornate di opere d'arte. Li le acquisizioni magari non vengono fatte con tanta lungimiranza e oculatezza come dimostrato dal ferreo Daverio. Quindi l'arbitrio del censore di turno si deve basare su un qualcosa che tanto regolamentato non è.
Se poi pensiamo alle collezioni private di notevole prestigio il dubbio rimane. Quella formata dal pittore Remo Brindisi, confluita poi in un museo, è di notevole prestigio? E quella di Panza di Biumo?

Ma non perdiamo tempo. Andate avanti voi a porvi i problemi.

Passiamo alla seconda condizione necessaria e sufficiente: la partecipazione a mostre e manifestazioni artistiche.

Qui si apre più che un mondo, un universo. Se le collocazioni in musei grandi o piccoli, privati o pubblici, centrali o periferici, grandi o piccoli, non lascia dubbi (o se li pone li pone in parte), il concetto di "manifestazione artistica" e mostra di "rilevanza" apre una infinità di variabili e di incredibili contraddizioni.

Il recente Expo 2015 milanese aveva una sezione sparpagliata di opere d'arte in vari luoghi e contesti. Il curatore di tutto rispetto è il noto critico e polemista Vittorio Sgarbi. Circa 200 "maestri" e 100 artisti esordienti ospitati in una sede esterna dell'Expo, presso la Villa Bagatti Valsecchi a Varedo. Queste persone d'ufficio sono titolate, secondo le linee guida ad entrare. Pertanto se volessero essere così gentili da farsi avanti lo facciano. Io non sono riuscito a trovare i nomi sul sito della "location" ne sul sito della Regione Lombardia che ha incaricato Sgarbi della cura della manifestazione.
Ma Sgarbi non ci pone solo qualche dubbio per Expo 2015. Pensiamo a quanto ha fatto per selezionare gli artisti per il Padiglione Italia della54° Biennale di Venezia. Quel manipolo di tutto un po', avendo partecipato ad una indiscutibile "manifestazione di rilevanza nazionale" ha diritto d'ufficio di entrare nell'empireo di Wikipedia?

Se poi parliamo di premi potremmo andare avanti tantissimo. Attribuire "rilevanza" nazionale si deve andare con la lente d'ingrandimento e cercare quei garanti di serietà, i cui  criteri devono poi essere ancora definiti.

Pertanto ....

auguri e buon lavoro. 

Tenete saldi i baluardi ed evitate guerre iconoclaste. Se si nega ad uno lo si deve fare anche con un altro, così come viceversa se si accetta uno lo si deve fare con un altro.





lunedì 4 luglio 2016

creatività primaria e secondaria

C'è stato un tempo dei sogni.
Ma Maya si era divertita soltanto un po' imbellettando il suo velo.

Quando poi il Kali Yuga ha mostrato il suo vero aspetto dopo che falsi profeti avevano annunciato l'avvento dell'era dell'oro, un Satya Yuga che ha spazzato via i sogni e portato l'avere al centro della realtà emarginando l'essere, ci siamo ritrovati confusi e bisognosi di punti di riferimento.

Un preambolo che a molti sembrerà criptico, ad altri ovvio e a  qualcuno di buona volontà uno stimolo per andarsi a cercare i significati delle parole che dicono senza dire. Un preambolo doveroso fatto in questo "non luogo" dove dico cose che forse qualcuno ascolta. Un preambolo che mi sorge ripensando alle biografie di recenti recenti artisti. Non quelle mitiche di altre generazioni, ma di quelle di artisti che fanno parte della mia generazione o, più probabilmente, di quella leggermente precedente di cui comunque io ho vissuto da "fratello minore".

Ripenso alla biografia romanzata di Patti Smith,
la volontà di esprimersi a tutti i costi che animava queste persone, le opportunità di un mondo (o contesto come si usa circoscrivere oggi una realtà contingente) che oggi non esiste più; ripensando a tute quelle esperienze che era possibile fare semplicemente con un po' di fatica, sudore e sacrificio. ... ripensando a ciò, e guardandomi intorno non posso che sperare esista ancora un po' di brace ardente sotto questo mare di cenere.

Pertanto qualche consiglio deve essere dato perché diventi materiale per riattizzare il fuoco sopito, prima che ogni forma combustibile si esaurisca, prima che il ghiaccio-nove compia il suo definitivo disastro e che gli ultimi semi portati dal vento o dal guano di qualche uccello  possano trovare terreno su cui germogliare. 

Con la speranza che le menti vergini si aprano in direzioni migliori di quelle che le hanno precedute e creato tale scempio. Con la speranza che echi lontani risuonino amplificati da casse di risonanza di petti nuovi dopo il sonoro silenzio del conformismo liberista, egoista ed egocentrico. Che si torni a guardare le stelle come uno spettacolo superiore a qualsiasi altro offerto dal migliore degli schermi panoramici 4k, 3d e surround.

Se siete dei giovani artisti non perdete tempo. Apritevi al mondo; cercate di assorbire tutto perché è nella giovinezza che si manifesta quella che io definirei "creatività primaria", vale a dire quella originale e primigenia. Non che sia qualcosa di innato, ma è una libera elaborazione di quanto si assorbe di conoscenza. Superata una certa età, la creatività cambia e si perde quella primaria. In età matura la creazione avviene attraverso processi rielaborativi sia dell'appreso sia del creato nella propria originalità primigenia.

Cerate quindi senza freni, ma guardate anche con mente aperta (o ascoltate, se siete artisti ma non dello specifico settore delle arti visive, i principi sono generali e valgono anche per voi). Assorbite, digerite, decantate il vostro sapere. Fatelo diventare roccia. Un domani servirà ancora e nulla andrà sprecato.




sabato 11 giugno 2016

Lilloni, l'oriente e il mare


Per Lilloni giovanetto l'oriente ed il mare si coniugano nel suo desiderio di diventare ingegnere navale (vedi "La vita di Lilloni") e salpare lontano da una città d'acqua dolce, quale era Milano allora, verso esotiche mete. Un esotismo ritrovato forse anni dopo nelle letture salgariane dei figli Lalla e Luciano che, negli anni di passaggio cromatico che lo portarono al progressivo schiarimento della tela, avevano un'età in cui il fascino di mondi lontani facilmente poteva avere presa sui loro animi infantili (Adele, detta Lalla nasce nel 1927 e Luciano nel 29) rendendoli contagiosi e  facendo ritornare al maestro, così sensibile, quel desiderio di esotismo e di mare che tanto lo avevano solleticato prima di intraprendere gli studi d'arte. Il mare comunque non era quello suggestivo dei Sargassi, ma il domestico e tranquillo mare della nostrana Liguria.

Inizialmente un mare affollato di  bagnanti e via via reso solitario ed intimo 

giovedì 9 giugno 2016

Madì e Lorenzo Piemonti

L'anno era il 1946, il luogo era oltre oceano, l'Argentina. Un luogo dove gli europei andavano a lavorare, a cercare fortuna o solamente un rifugio. Un continente che noi consideravamo indistinto, vago ed omogeneo. Un continente diviso da confini in singoli stati, ma con una cultura omogeneizzata dalla multietnicità dei paesi d'origine dei suoi abitanti. Una cultura frutto del singolo individuo e delle sue radici lontane nel vecchio continente. E tutto ciò era vero, e tutto ciò era falso.
Così come l'osservatore influenza il fenomeno osservato alterandone involontariamente il comportamento, così un continente così vasto e complesso non poteva mancare di "corrompere" le radici comportandosi come una pianta da frutto innestata in cui il ceppo fa la sua parte e il ramo innestato da i suoi frutti, che sono altro.

In tutto ciò nasce Madì esattamente settant'anni fa. Era il 1946 e artisti locali, pregni della propria cultura delle avanguardie europee si trovano a sviluppare il proprio frutto dell'ingegno. Un frutto prodottosi da un innesto, ma come tutti i frutti di piante innestate, con un sapore proprio, ricco, autonomo e particolare.
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Ma la vicenda non finisce li. Non finisce come molti movimenti artistici che nascono, vengono teorizzati/contestati/osannati e poi si disperdono, si diluiscono nel flusso dell'evoluzione dell'arte, si avvizziscono relegati in un cantuccio e muoiono dimenticati dagli uomini. No. Madì vive, si diffonde, si affianca, fa proseliti e perdura per oltre settant'anni. Un vero record se paragonato ad alcuni manifesti promossi da artisti che li hanno discussi al bar durante un aperitivo, stilati al ristorante durante una cena e scioltisi ancora prima dell'arrivo del conto per insanabili dissidi interni.
Madì vive nelle proprie ceneri risorgendo, araba fenice, ogni volta in paesi e continenti differenti.
In Italia Lorenzo Piemonti ha portato queste ceneri preziose e araba fenice le ha fatte risorgere. Il seme proficuo si è arricchito in giro per l'Europa, dove Piemonti ha stretto amicizie e collaborazioni dividendo studi, ideali e sogni con i maggiori artisti della nostra epoca. Uno degli ultimi artisti erranti disposti a faticose tradotte in terre straniere allo scopo di imparare insegnando e di insegnare imparando. In altre parole, rapportandosi con i più grandi artisti con cui riusciva a venire in contatto e tramite questo riversare assorbendo il proprio e altrui sapere.

martedì 7 giugno 2016

R.D. 1369 18/05/1942 ART. 32


Un piccolo sforzo.

Sarebbe bastato un piccolo sforzo e ce l'avremmo fatta. Le cronache si sarebbero sfoltite di scandali, i "mandarini", come li ebbe a definire un noto avvocato appassionato d'arte, non avrebbero più avuto modo di esercitare il loro ruolo più o meno abusivo, i collezionisti, i mercanti (onesti per antonomasia) avrebbero potuto dormire sonni tranquilli, gli avvocati e i giudici si sarebbero potuti occupare di cose più serie.

Invece!

Invece per l'italica pigrizia o "pigrofurbizia" niente di tutto ciò. Niente! Non possiamo neanche prendercela con il legislatore, che alle volte le leggi le fa bene e le fa complete. No, non con lui possiamo prendercela. Dobbiamo prendercela con l'ignavia di qualcuno, la pigrizia di qualcun altro e la "furbizia" stolta di molti che, ignorando l'articolo 105 della legge sul diritto d'autore ed il conseguente articolo 32 ad esso collegato del R.D. 1369, hanno portato danni immensi ad un intero settore culturale, minandone la prosperità e mettendo a rischio la sua stessa esistenza.
Non so se sia chiaro fino adesso di cosa si stia parlando e non so quanti abbiano avuto la costanza e la voglia di seguire il ragionamento, ma chi è arrivato fino a questo punto della lettura senza conoscere il contenuto dei due articoli in questione merita un plauso.
Innanzitutto premetto che con queste parole non intendo esaurire l'argomento in quanto dall'applicazione o dalla disattenzione di questi due articoli consegue tutta una serie di fatti, alcuni dei quali, di grande rilevanza per i consumatori.
Per chiarire meglio cosa dicano questi due articoli e capirne la portata possiamo dire che si occupano dei doveri di quanti esercitano la tutela del diritto d'autore. Doveri che implicano lavoro. Un lavoro che viene pagato intendiamoci, ma che se non fatto, viene comunque pagato. 
L'articolo 105 della legge sul diritto d'autore impone, e si sottolinea il carattere impositivo, di registrare l'opera posta sotto tutela per consentirne l'acquisizione dei diritti connessi da parte dell'autore o di chi per esso. L'articolo 32 del §R.D. descrive le modalità con cui la registrazione debba avvenire. 
Ora, la perfezione di una legge è niente in confronto all'ignavia di quanti vengono preposti ad applicarla. Per quanto il legislatore possa essere chiaro nei suoi intenti e le sue leggi avere portata ben oltre le sue intenzioni, se inapplicate queste restano monche. Ed è proprio da questa "zoppia" che poi nascono paradossi ed abomini del diritto le cui vittime, tra gli altri, sono i consumatori. I carnefici poi sono altri che, per merito di questa orba visione del diritto, si godono i frutti di una pesca nel torbido giuridico conseguente.

sabato 14 maggio 2016

verticale e orizzontale

Uno strano dilemma mi si è posto di recente: da dove viene la preponderanza di verticalità o di orizzontalità di un opera d'arte aniconica?
Non credo sia una domanda oziosa, dopotutto siamo sempre più spesso al cospetto di opere aniconiche fortemente connotate da uno di questi due aspetti.
Se i tagli di Lucio Fontana mantengono una dominante verticale un motivo sicuramente ci sarà. Così la "diagonalità" prevalente nelle opere di Dorazio avrà una sua ragione. Una linea orizzontale comunque tutti l'hanno nel proprio vissuto visivo: l'orizzonte. Ma per un artista informale tracciare un orizzonte è un operazione "deduttiva" non intuitiva. Ma se questo artista agisse solo in forma "intuitiva", cioè in una sorta di pittura automatica di derivazione surrealista informale? Quale significato può assumere l'orizzontalità?

Si potrebbe andare per esclusione. Si potrebbe definire cosa spinge la verticalità ed escluderlo dal ragionamento fino a vedere che cosa rimane.
La verticalità potrebbe essere "ascesi". Una sorta di crescita, di elevazione. Oppure un equilibrio dettato dalla forza di gravità, una stabilità imposta da una forza della natura. Oppure un fendente. Un gesto che apre e ci porta oltre. Dopotutto noi siamo in postura eretta, quindi verticali. Una porta è verticale e ci fa passare oltre. Che altro? Cosa potremmo elencare? Forse la crescita. Gli alberi, gli steli delle piante, etc.
Ma noi ci muoviamo sempre su un piano orizzontale. Il movimento stabile è orizzontale. Tutte le ascesi portano inevitabilmente ad una fase discendente, mentre il movimento orizzontale è definitivo, drasticamente irreversibile. Il Ballerino salta e scende, ma quando si sposta si muove sul palco orizzontale. La nostra scrittura poi, anche se non è l'unica, è orizzontale (tralasciamo l'estremo oriente che richiederebbe troppo per questo spunto di riflessione). Georges Mathieu ad esempio è stato giudicato nel suo fare calligrafico. Il suo gesto forte partendo da un punto si sviluppava inesorabilmente con una prevalenza di orizzontalità.

E poi? Che altro?

Al momento mi fermo e mi riservo di pensarci su. La questione non può chiudersi qui.

venerdì 8 aprile 2016

Le fiere d'arte

Forse bisognerebbe porsi una domanda: perché invece delle fiere d'arte non si fanno degli elenchi?
Forse gli elenchi sarebbero più utili e meno dispendiosi per tutti. Meno dispendioso per gli espositori, che non dovrebbero pagare stand, trasferte, trasporti ed allestimenti e meno dispendioso  per il pubblico che non dovrebbe pagare il biglietto e la trasferta. Dopotutto, cosa ti dà una fiera se non un elenco? L'elenco delle gallerie presenti, l'elenco degli artisti esposti, l'elenco delle opere di questi artisti, l'elenco delle persone che conosci ed incontri, l'elenco delle assenze tra le gallerie e tra gli artisti.
Dei dati numerici sarebbero più utili e facilmente gestibili per capire dove va l'arte, o meglio dove va il mercato dell'arte visto che l'arte è stata ridotta a solo mercato, e quindi epurata da tutta la sua sovrastruttura inutile si ritrova ridotta alla sua componente essenziale che è quella economica. L'unica componente dell'arte di cui si sente parlare oggi è quella fatta di trend, di prezzi, di crescita o rallentamento della crescita del mercato di un artista o di un gruppo. Se uno sente parlare di rivalutazione può stare sicuro che la rivalutazione non è mai una rivalutazione in senso storico critico, ma solo venale. Avete mai sentito parlare d'arte ad una fiera d'arte?

venerdì 18 marzo 2016

Ma Koons lo sa?

Il simpatico Jason Freeny aggiunge qualcosa, ma non so bene cosa, alla scuola koonsiana.  
Forse siamo di fronte ad un nuovo rinascimento, visto il successo fiorentino dell'arte koonsiana ma di cosa effettivamente si tratti, devo ancora capirlo. Forse chi ha pensato all'esposizione di Firenze con accostamenti alquanto provocatori, sperava di anticipare le mosse della Chiesa nel ruolo storico di mecenate, dimenticando però che la chiesa ha memoria lunga e sicuramente non dimentica quanto Koons ha fatto nella serie  “Made In Heaven” . Per quanti non la conoscessero possono andare a vedere i numerosi documenti che ancora circolano sul web e che documentano le attività artistiche che Koons ha fatto con la moglie Ciccolina. Volendo si può vedere il sito dove si parla della retrospettiva tenuta al Whitney museum. Riportare le foto potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno.
Forse l'argomento dovrebbe riallacciarsi a quello proposto tempo fa, in cui si cercava di definire il concetto di anestetica. Trovo comunque importante, di tanto in tanto risollevare la questione. Questione irrisolta e forse irrisolvibile.

giovedì 17 marzo 2016

Scenografia o arte


Indubbiamente l'arte si presta a tante cose, e niente può negare il fatto che essa si nasconda in cose che mai ci si aspetterebbe possano contenerla.Alle volte il contenuto artistico di qualcosa è predominante, alle volte è secondario. Ma può essere misurato il contenuto artistico? Potremmo definire un algoritmo che ne identifichi la quantità totale? oppure la quantità relativa? Potremmo dire che qualcosa è al 50% artistico e al 50% artigianale o scenografico? Vedendo il lavoro del giovane artista Tresoldi quì documentato il dubbio mi si ripropone.


Basilica di Siponto - Tg1
Il servizio completo del TG1
Pubblicato da Edoardo Tresoldi su Lunedì 14 marzo 2016


Vedendo le immagini dell'immensa opera si pensa subito che è immensa, ma dove finisce lo stupore ed inizia il piacere estetico? Forse bisogna cercarlo nell'aspetto concettuale del lavoro?
Forse. Forse la cosa non vi toglierà il sonno, ma spero possa fare riflettere.

sabato 19 dicembre 2015

graffito vs quadro

Può essere un graffito assimilato ad un quadro?
Se pensiamo al graffito semplicemente ad un dipinto murale e il quadro ad un dipinto su tela o tavola potremmo pensare che non vi sia alcuna differenza tra le due categorie di opere, se non per il supporto: uno statico ed inamovibile mentre l'altro mobile, ricollocabile e contestualizzabile in altri luoghi. Questo chiuderebbe subito la riflessione in maniera troppo semplice.

Le differenze ci sono anche se non è necessariamente il supporto a contraddistinguere le due forme di espressione artistica. Infatti un affresco, ad esempio, è una cosa assimilabile per contenuto ad un quadro e per supporto ad un graffito. Michelangelo etichettato da graffitaro suonerebbe molto strano nei libri di storia dell'arte.

All'ora dove risiede la differenza?
Dal mio punto di vista credo che la differenza sia nel linguaggio e quindi sia indipendente dal supporto o dalla collocazione.
L'arte esprime il proprio contenuto in varie forme, siano esse verbali o non verbali. L'arte visiva usa gli strumenti propri della visione e delle immagini, che siano esse iconiche o aniconiche. Usa un linguaggio proprio con delle regole proprie e veicola dei contenuti propri. L'arte è un mezzo di espressione e il medium non è neutrale rispetto ai contenuti.


Il graffito deve essere letto a colpo d'occhio, capito in una frazione di secondo. Deve poter essere apprezzato quando si passa a bordo di un veicolo veloce per strada. Deve contenere tutto in pochi segni, in poche immagini per poter dare tutto immediatamente.

Volendo esprimere il concetto con  una metafora paragonando le arti visive alla comunicazione verbale, potremmo dire che il graffito potrebbe essere comparato ad una frase lapidaria, un aforisma o al massimo un haiku se lo si vuole nobilitare. Un dipinto, viceversa, può essere un poema o un breve racconto, così come una mostra può essere paragonata ad un libro, qualcosa di più impegnativo, completo ed articolato.




Non per questo lo si deve considerare opera "inferiore", il problema del primato tra le arti è troppo vecchio per essere ripreso. Lo si deve considerare nella sua peculiarità. Comunque rimane aperta la porta al passaggio di una forma all'altra. La mostra di Gigi Raptuz ad esempio. Tenuta nella Galleria Schubert nel 2011 portava un linguaggio nato e sviluppatosi sui muri di Milano e Los Angeles nel chiuso di una galleria con una serie di dipinti che, in armonia con il luogo, si adattavano a raccontare qualcosa in più rispetto ai simboli e gli elementi grafici usati sui muri. Il graffito diventa dipinto nella misura in cui articola il proprio messaggio in una narrazione più complessa sia nel singolo quadro sia nell'articolazione di più opere in una mostra. Forse la dislocazione opera il miracolo, come per la "fontana" di Duchamp. Forse è l'artista che si lascia guidare dal proprio istinto e fa riaffiorare elementi appresi in accademia. Forse è naturale che sia così. Quando un artista è tale è il preminente bisogno di esprimersi a guidarlo, e se l'artista è valido può farlo in ogni luogo.

giovedì 17 dicembre 2015

Chi ben comincia è a metà dell'opera

Si sa che iniziare una carriera non è mai facile. Se poi si deve iniziare una carriera come artista oggi potremmo, senza timore di smentita, dire che è proprio difficile. Pertanto iniziare bene e fondamentale. Quindi alcuni consigli pratici non possono guastare.

Iniziate presentandovi bene

Innanzitutto il CV o Curriculum Vitae che dir si voglia.

Luogo e data di nascita sono importanti; non essenziali, ma importanti.
Studi fatti sono importanti; non essenziali, ma importanti.
Mostre fatte (possibilmente elencate anno per anno distinguendo personali e collettive) sono importanti; non essenziali, ma importanti.

MA

Importante e fondamentale è non dire mai, e sottolineo mai, che si disegnava bene fin dalla più tenera età. L'infanzia non conta!

Poi il book.

Che sia stampato o digitale non importa. L'importante è che le opere siano normalizzate per dimensioni e titolate con indicazione dell'anno e, se possibile, suddivise per periodi ben precisi.
Non dite mai, e sottolineo mai che quelle opere sono superate in quanto vecchie (magari solo di uno o due anni) e che ora fate altro. La domanda inespressa, ma che si capisce dallo sguardo che voi ignorate perché concentrati sui vostri lavori è: "perché me le hai portate se sono superate?" "Perché dovrebbero essere vecchie se il colore non è ancora completamente asciutto? (i colori ad olio impiegano trent'anni a cristallizzare)"

Se il materiale lo spedite per posta elettronica badate a non eccedere nella "pesantezza" dei files. Il video ha sempre una risoluzione molto limitata.

Ricordate: Power Point è si un programma per fare presentazioni, ma non per presentarsi. Fate un pdf, magari come se fosse un vero e proprio catalogo. Power point e file di Word sono file "aperti" e richiedono programmi specifici per la loro consultazione. Pdf è uno standard ormai consolidato.

Forse ci sono tante altre cose da dire, ma per il momento mi accontenterei di questo.

mercoledì 16 dicembre 2015

una stroncatura porta bene

Le stroncature non si usano più da molto tempo, ma fanno bene. Siamo troppo abituati ad una critica apologetica fondata sul nulla narcisistico del critico di turno che, guardandosi allo specchio, trova parole fulgide e osannanti la grandezza dell'artista di turno.
Comunque, ogni tanto, c'è chi si muove fuori dal coro. Luca Beatrice ad esempio. Le sue parole: Giovani, carini e mosci. Scivolano nel decorativo: non danno fastidio a nessuno e si vendono bene. Ma che noia non lasciano dubbi: si tratta proprio di una stroncatura.
Comunque non bisogna prendersela troppo, la storia passata, quando il fare arte implicava prendere delle posizioni forti, le stroncature fioccavano a destra e a manca ma molte vittime, nel tempo, sono state abbondantemente rivalutate dalla storia.
Ben venga la critica che critica e non si limita ad elogiare, sempre che argomenti le proprie idee e dia spazio alla difesa e alla risposta. Che rispondere ad un giudizio lapidario come:  “Tele centinate che citano il minimalismo nella versione Ikea (Santo Tolone)" . Certo che il Minimalismo è stata una corrente di idee che ha attraversato l'arte in diverse discipline, compreso il design, ma l'Ikea è un azienda che produce mobili di design realizzati economicamente e venduti a prezzi bassi. Che giudizio è?  E come si fa a dire che ci sono " sculture stanche"? Di che, di stare in piedi visto che dopo le si definisce " afflosciate su se stesse"?
Forse l'articolo, che ammetto di non avere letto, approfondisce meglio il pensiero più di quanto si evince dalla sua citazione in www.artribune.com certo è che anche nelle stroncature si sente un po' di aroma narcisistico.

giovedì 26 novembre 2015

Matisse non stimava gli italiani

Matisse non stimava gli italiani

"Se ho un modello italiano, il cui primo aspetto non suggerisce che l'idea di un'esistenza puramente animale, ...." 
                       Henri Matisse (da Note di un pittore, "La grande Revue", vol. 52, 25 dicembre 1908)

Non certamente lusinghiero Matisse con tutti i membri di una nazione. Forse alcuni italiani, come alcuni francesi o tedeschi, a guardarli non li crederesti capaci di pensieri filosofici, poetici, ma non vedo perchè dovesse dimostrare tale ostilità razzista. Forse qualche critico italiano non è stato lusinghiero nei suoi confronti?
Questo mostra che per quanto uno abbia uno spirito artistico, non sempre sia dotato di una nobiltà di spirito.

sabato 14 novembre 2015

Perchè si fanno le mostre?

Perchè si fanno le mostre?

Non certo per vendere. La gente compra opere di artisti famosi. 
Recentemente mi capita di vedere su un social network un uso intelligente di una mostra e una grande capacità di marketing applicata all'arte da un giovane artista, di cui non rivelo il nome e del cui talento artistico non entro nel merito. Non sarebbe il luogo ne il momento. Lo cito solo per elogiare la sua comprensione del mondo e la sua strategia per .... come si usa dire oggi? .... emergere? avere successo? affermarsi? 
Di una mostra collettiva riesce a farne il centro di una comunicazione altisonante. Esce un articolo su di lui in un giornale locale. Rilancia l'articolo sui social. Ha un chiaro concetto di cosa sia il marketing e lo usa al meglio. Non interessa al momento come abbia fatto per ottenere la visibilità della stampa, quello che importa è vedere come si usa una mostra.



Molti artisti non hanno capito l'uso strumentale delle mostre. Pensano che l'obbiettivo sia fare una mostra, poi raggiunto l'obbiettivo si aspettano i risultati. Risultati che potrebbero tradursi in vendite o plausi della critica, o onorificenze e quanto la fantasia, un po' infantile, li spinge ad immaginare.
No. Non è così. Il nostro artista saggio sa che lui è uno dei tanti e che ogni occasione deve essere sfruttata al massimo per far parlare di se. Non in termini scandalistici, intendiamo, ma positivi. Affermare il proprio nome ed associarlo ad un lavoro artistico serio e perseguito con sistematicità, convinzione e caparbietà.
Tanto di cappello. 
Complimenti.

venerdì 13 novembre 2015

Frammenti da Henri Matisse, Susanne Langer e Adolf Loos




Henri Matisse aveva le idee chiare. Ha lasciato opere e pensieri coerenti che dovrebbero essere di guida e spunto per molti artisti anche oggi. Spesso mi capita di vedere delle opere che hanno troppo dentro. Sono troppo piene. La composizione si soffoca da sola. Sapersi fermare per tempo è un arte.



Matisse ci nobilita anche il concetto di decorativo che per anni è stato sinonimo di lezioso, banale, superficiale. Eppure un dipinto deve essere anche decorativo. La decorazione è qualcosa di insita nell'arte, ne è partecipe in qualche misura. Comunque questa decoratività non è fine a se stessa, ma è funzionale all'espressione di un sentimento. Matisse sembra quasi anticipare di mezzo secolo i pensieri di Susanne Langer che, raccolti in un volume intitolato "Sentimento e forma", hanno dominato la scena del dibattito artistico nella seconda metà del novecento.
Non per questo ci si deve concentrare solo su virtuosismi "formali". 
Esistono aspetti della decorazione che comunque sono deleteri e privi di contenuto. Potremmo definirli fini a se stessi. Adolf Loos nello stesso anno (1908) in cui Matisse scriveva queste note ci redarguisce e ammonisce contro l'ornamento. Nel suo manifesto "Ornamento e delitto" non lascia scampo: " Per me non ha valore l’obiezione secondo cui l’ornamento può aumentare la gioia di vivere in un uomo colto..."
Dobbiamo pensare quindi ad una via diplomatica atta a conciliare e trovare quell'equilibrio che anche Langer ci invita a trovare.

mercoledì 11 novembre 2015

Il re si scopre nudo

Il re si scopre nudo

Artnet pubblica una dichiarazione di Jerry Saltz in cui si mette in evidenza che solo l'uno per cento dell'uno per cento dell'uno per cento fa soldi con l'arte.
Una rivelazione superficiale, approssimativa, ma vera nella sua essenzialità.

Il mercato dell'arte è come l'arte stessa: incomprensibile!!

Per meglio dire: il mercato dell'arte non è assimilabile a quello di altri settori merceologici. La peculiarità del prodotto lo rende unico ed irripetibile.

Tempo fa mi domandavo su twitter, un po' retoricamente, se una vendita importante possa portare dei benefici anche agli operatori "minori" che guardano da lontano e dal basso i "giochi dei grandi". 
Di vendite multimilionarie ce ne sono a iosa, ma di ricadute verso il basso non altrettante.

Una volta ero aduso rappresentarmi il sistema dell'arte come una monade, o meglio, come un "sistema chiuso ed isolato". Una sorta di analogia con i sistemi degli enunciati di fisica, tanto per intenderci. Così, per capire il mercato dell'arte, prima si dovevano capire i principi della fisica elementare, e più propriamente quelli della termodinamica. Se il "sistema dell'arte" è un sistema chiuso ed isolato nulla può entrare e nulla può uscire. Pertanto, al suo interno, tutto può solo concentrarsi o distribuirsi. Tutto si trasforma in considerazione delle proprie dinamiche interne. Il sistema non può crescere ne diminuire. 

In questa visione ideale come potremmo inquadrare la vendita per 170.000.000$ di un dipinto di Modì?


Sicuramente non un accrescimento, visto che il sistema è chiuso ed isolato. Dovremmo quindi considerare questo evento solamente come una azione atta alla concentrazione delle risorse economiche a discapito di altri fenomeni maggiormente dispersivi.
Ma oggi come oggi, il mercato dell'arte non è più così isolato. Esso è partecipe e partecipato da una pluralità di "mercati" che si muovono in tutte le direzioni con repentini ed improvvisi cambiamenti. Tale cambiamento non so quando sia avvenuto, ma sicuramente qualcosa è successo. Forse quando è stato venduto il primo Van Gogh da record: "i girasoli". Ricordo quanto  scalpore fece quella vendita allora per una cifra che oggi ci lascerebbe del tutto indifferenti. Ma poco importa quando. Quello che importa è che si sono aperti dei buchi che fanno entrare ed uscire risorse dal sistema. 

Allora, si torna alla domanda originale: le vendite a prezzi record portano dei benefici anche ad altri operatori?

La vendita record soddisfa prevalentemente tre soggetti: venditore, acquirente, e non ultimo il mediatore. ... e gli altri?

Un dubbio mi sovviene ... Nel 1990 sono scaduti i diritti d'autore sulle opere di Modigliani. Ma se la legge che tutela i diritti patrimoniali, soprattutto con il diritto di seguito, fosse ancora valida? Se nel caso di decadenza per limiti di tempo questi diritti venissero un po' spalmati su quanti oggi provano a rinnovare il mondo dell'arte con lo studio, l'esecuzione, la produzione, la divulgazione, la critica, etc., non si riuscirebbe a portare un po' di equità nel sistema. Dopotutto se si torna ad un immagine rappresentativa di un sistema chiuso una così forte concentrazione comporta una enorme sottrazione di risorse a discapito di altri.

Pertanto siamo al punto di partenza. I record d'asta fanno bene o fanno male?

Più probabilmente viviamo in mondi paralleli ed intangibili dove noi novelli Sisifo continuiamo a lavorare per ridurre i buchi del sistema che portano la dispersione, a quell'aumento dell'entropia che prima o poi cancellerà tutto. Noi che siamo in quel 99,99999% che cita Jerry Saltz in quel suo accorato sfogo..

lunedì 26 ottobre 2015

Muse e sciovinismo.

Come mai il panorama artistico è affollato di uomini e non di donne? Nonostante le accademie siano affollate di studentesse, così come i licei artistici, i nomi che riempiono i musei e i cataloghi delle aste sono quasi esclusivamente maschili. 
Forse succede perché in una società sessista, così come succede nel mondo del lavoro, nella politica e nell'amministrazione pubblica, anche il mondo dell'arte non è esente da questo fenomeno. Ma in questo settore le percentuali sono addirittura paragonabili a quelle del medio evo e non quelle post suffragette e post femminismo.


Una spiegazione poterebbe essere nella mitologia, anche se le Muse non si sono mai occupate dell'arte figurativa (allora non la si considerava arte nonostante Fidia). 
Dopotutto le Muse sono donne e per loro natura gelose e dispettose. Pertanto é probabile che i loro sortilegi cerchino di avvantaggiare la virilità piuttosto che la femminilità. Ma queste figlie di Zeus e di Mnemosine possono veramente avere influenza ancora a distanza di Migliaia di anni?
Forse dovremmo cercare in epoca più recente e laica una spiegazione. Magari nell'ispirazione, la sua origine e il suol sviluppo. 
Nella psiche dell'artista nel ruolo ispiratore troveremo spesso delle donne a tirare il carretto del maschio alfa. Avrebbe potuto Modì creare qualcosa di decente senza la sua Jeanne? Sicuramente il sentimento lo ha aiutato e, a vedere certi risultati non poco. Ma comunque non possiamo solo attribuire a gli ormoni la spiegazione di tale fenomeno. Non tutto appare conseguenza dell'influenza di Eros e quindi la mitologia ancora una  volta non basta e viene contraddetta.
Pollok, ad esempio non credo abbia fatto quello che ha fatto sotto l'egida attiva di queste figure arcane.  .... O no?
Forse, sotto sotto, anche lui, carico di testosterone ....

Ai posteri ardua sentenza potremmo dire per concludere qualcosa che è sconclusionato ma che parte da una domanda lecita in cerca di risposte.
Ma non dimentichiamoci di Baselitz: Women cannot paint well
Secco ed esplicito, sostiene lui.