sabato 11 giugno 2016

Lilloni, l'oriente e il mare


Per Lilloni giovanetto l'oriente ed il mare si coniugano nel suo desiderio di diventare ingegnere navale (vedi "La vita di Lilloni") e salpare lontano da una città d'acqua dolce, quale era Milano allora, verso esotiche mete. Un esotismo ritrovato forse anni dopo nelle letture salgariane dei figli Lalla e Luciano che, negli anni di passaggio cromatico che lo portarono al progressivo schiarimento della tela, avevano un'età in cui il fascino di mondi lontani facilmente poteva avere presa sui loro animi infantili (Adele, detta Lalla nasce nel 1927 e Luciano nel 29) rendendoli contagiosi e  facendo ritornare al maestro, così sensibile, quel desiderio di esotismo e di mare che tanto lo avevano solleticato prima di intraprendere gli studi d'arte. Il mare comunque non era quello suggestivo dei Sargassi, ma il domestico e tranquillo mare della nostrana Liguria.

Inizialmente un mare affollato di  bagnanti e via via reso solitario ed intimo 

giovedì 9 giugno 2016

Madì e Lorenzo Piemonti

L'anno era il 1946, il luogo era oltre oceano, l'Argentina. Un luogo dove gli europei andavano a lavorare, a cercare fortuna o solamente un rifugio. Un continente che noi consideravamo indistinto, vago ed omogeneo. Un continente diviso da confini in singoli stati, ma con una cultura omogeneizzata dalla multietnicità dei paesi d'origine dei suoi abitanti. Una cultura frutto del singolo individuo e delle sue radici lontane nel vecchio continente. E tutto ciò era vero, e tutto ciò era falso.
Così come l'osservatore influenza il fenomeno osservato alterandone involontariamente il comportamento, così un continente così vasto e complesso non poteva mancare di "corrompere" le radici comportandosi come una pianta da frutto innestata in cui il ceppo fa la sua parte e il ramo innestato da i suoi frutti, che sono altro.

In tutto ciò nasce Madì esattamente settant'anni fa. Era il 1946 e artisti locali, pregni della propria cultura delle avanguardie europee si trovano a sviluppare il proprio frutto dell'ingegno. Un frutto prodottosi da un innesto, ma come tutti i frutti di piante innestate, con un sapore proprio, ricco, autonomo e particolare.
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Ma la vicenda non finisce li. Non finisce come molti movimenti artistici che nascono, vengono teorizzati/contestati/osannati e poi si disperdono, si diluiscono nel flusso dell'evoluzione dell'arte, si avvizziscono relegati in un cantuccio e muoiono dimenticati dagli uomini. No. Madì vive, si diffonde, si affianca, fa proseliti e perdura per oltre settant'anni. Un vero record se paragonato ad alcuni manifesti promossi da artisti che li hanno discussi al bar durante un aperitivo, stilati al ristorante durante una cena e scioltisi ancora prima dell'arrivo del conto per insanabili dissidi interni.
Madì vive nelle proprie ceneri risorgendo, araba fenice, ogni volta in paesi e continenti differenti.
In Italia Lorenzo Piemonti ha portato queste ceneri preziose e araba fenice le ha fatte risorgere. Il seme proficuo si è arricchito in giro per l'Europa, dove Piemonti ha stretto amicizie e collaborazioni dividendo studi, ideali e sogni con i maggiori artisti della nostra epoca. Uno degli ultimi artisti erranti disposti a faticose tradotte in terre straniere allo scopo di imparare insegnando e di insegnare imparando. In altre parole, rapportandosi con i più grandi artisti con cui riusciva a venire in contatto e tramite questo riversare assorbendo il proprio e altrui sapere.

martedì 7 giugno 2016

R.D. 1369 18/05/1942 ART. 32


Un piccolo sforzo.

Sarebbe bastato un piccolo sforzo e ce l'avremmo fatta. Le cronache si sarebbero sfoltite di scandali, i "mandarini", come li ebbe a definire un noto avvocato appassionato d'arte, non avrebbero più avuto modo di esercitare il loro ruolo più o meno abusivo, i collezionisti, i mercanti (onesti per antonomasia) avrebbero potuto dormire sonni tranquilli, gli avvocati e i giudici si sarebbero potuti occupare di cose più serie.

Invece!

Invece per l'italica pigrizia o "pigrofurbizia" niente di tutto ciò. Niente! Non possiamo neanche prendercela con il legislatore, che alle volte le leggi le fa bene e le fa complete. No, non con lui possiamo prendercela. Dobbiamo prendercela con l'ignavia di qualcuno, la pigrizia di qualcun altro e la "furbizia" stolta di molti che, ignorando l'articolo 105 della legge sul diritto d'autore ed il conseguente articolo 32 ad esso collegato del R.D. 1369, hanno portato danni immensi ad un intero settore culturale, minandone la prosperità e mettendo a rischio la sua stessa esistenza.
Non so se sia chiaro fino adesso di cosa si stia parlando e non so quanti abbiano avuto la costanza e la voglia di seguire il ragionamento, ma chi è arrivato fino a questo punto della lettura senza conoscere il contenuto dei due articoli in questione merita un plauso.
Innanzitutto premetto che con queste parole non intendo esaurire l'argomento in quanto dall'applicazione o dalla disattenzione di questi due articoli consegue tutta una serie di fatti, alcuni dei quali, di grande rilevanza per i consumatori.
Per chiarire meglio cosa dicano questi due articoli e capirne la portata possiamo dire che si occupano dei doveri di quanti esercitano la tutela del diritto d'autore. Doveri che implicano lavoro. Un lavoro che viene pagato intendiamoci, ma che se non fatto, viene comunque pagato. 
L'articolo 105 della legge sul diritto d'autore impone, e si sottolinea il carattere impositivo, di registrare l'opera posta sotto tutela per consentirne l'acquisizione dei diritti connessi da parte dell'autore o di chi per esso. L'articolo 32 del §R.D. descrive le modalità con cui la registrazione debba avvenire. 
Ora, la perfezione di una legge è niente in confronto all'ignavia di quanti vengono preposti ad applicarla. Per quanto il legislatore possa essere chiaro nei suoi intenti e le sue leggi avere portata ben oltre le sue intenzioni, se inapplicate queste restano monche. Ed è proprio da questa "zoppia" che poi nascono paradossi ed abomini del diritto le cui vittime, tra gli altri, sono i consumatori. I carnefici poi sono altri che, per merito di questa orba visione del diritto, si godono i frutti di una pesca nel torbido giuridico conseguente.