domenica 15 ottobre 2017

Entropia culturale

L'entropia è uno dei concetti più affascinanti della fisica che trova risvolti nella vita di tutti i giorni. Un concetto che può applicarsi un po' ovunque, in ogni campo. Un po' come il sale nell'alimentazione. 
Ora vorrei accostarlo all'ambito della realizzazione artistica, o meglio al perseguimento della "fama". Fama comunque intesa, certamente, ma soprattutto intesa come riconoscimento da parte del pubblico del lavoro di un artista. Non ci sono formule matematiche per il raggiungimento della "fama", ne tantomeno formule magiche, ma c'è una cosa soltanto: il lavoro. Il lavoro, sempre tornando alla metafora della fisica, è entropia negativa. Il lavoro è ordine, in contrasto con il disordine che è conseguenza dell'entropia. Ordine e disordine sono le due forze fondamentali contrapposte. In questo caso potremmo dire che la conoscenza è ordine, l'ignoranza è disordine. 
Tanti concetti, questi, che sono frutto e al tempo stesso conseguenza ed espressione sempre dello stesso concetto originale: entropia. Si possono usare tante parole differenti e usarle per scopi differenti, ma l'archetipo è lo stesso. 
Tornando alla "fama" vediamo quindi che essa non è altro che una costruzione prodotta dal lavoro. Ma una volta prodotta la fama questa va difesa, proprio per contrastare l'azione della dispersione nel caos in perenne aumento. Come precedentemente detto e ripetuto la fama va difesa proprio perchè la caratteristica principale dell'entropia è quella di essere in perenne ed irreversibile espansione. Dico irreversibile nel suo complesso, ma reversibile, tramite il lavoro, nello specifico dettaglio, ovviamente. Solo il lavoro può contrastare il processo entropico. 
Per quanto un artista abbia raggiunto fama e gloria, il suo destino rimane segnato. Quando il poeta Keats era all'apice della sua gloria, scrisse dei memorabili versi in cui esprimeva la sua angosciosa presa di coscienza il suo destino futuro. "Qui giace colui il cui nome fu scritto sull'acqua". Questo il suo epitaffio da lui voluto per la sua tomba. Così esprimeva la propria coscienza della temporaneità della propria fama. Una fama che per essere raggiunta richiese tanto lavoro. Un lavoro svolto in prima persona, certo, ma anche da tanti altri attori più o meno noti. Chi sarebbe Keats senza i professori che ne insegnino la grandezza? Cosa rimarrebbe di lui se non ci fossero editori a pubblicarne i versi? 
Pertanto lo spunto di riflessione dovrebbe essere chiaro a tutti. Niente accade per caso. Niente succede senza che dietro vi sia un grande lavoro. E una volta che le cose sono state fatte e gli obiettivi raggiunti, ci vuole tanto lavoro per mantenere la posizione raggiunta. 

Quindi ... Buon lavoro.

giovedì 5 ottobre 2017

Umberto Lilloni e le collezioni d'arte delle banche

La banca popolare di Milano acquistò una serie di dipinti da Umberto Lilloni che ritraevano la Milano di un tempo. La Milano che emergeva dalla memoria nostalgica e consolatoria di un artista strettamente legato al suo territorio. Nel ricordarlo brevemente in questo post, per lasciare successivi approfondimenti ad altri interventi, rimando ad una pagina Facebook interamente dedicata al maestro del "Chiarismo Lombardo"

venerdì 4 agosto 2017

Polimorfismo dei luoghi d'arte

Non sono sicuro di come iniziare questa riflessione, dopotutto è un fenomeno ormai acclarato: le opere d'arte si fruiscono in molti luoghi. Alcuni di questi luoghi sono virtuali (web e televisione), altri sono reali, fisici, per dirla con un termine antiquato. Quelli chiusi da quattro pareti e un tetto o sono musei o sono altro.
Ed è proprio questo altro che si vorrebbe definire ed inquadrare in qualche modo. 
Una volta era più semplice, ora la complessità della nostra società richiede sforzi di fantasia.
Quante forme diverse richiede la contemporaneità per definire una attività che ormai ha già alle spalle un paio di secoli di rodaggio? Per trovare una parola per definire questi altri luoghi o attività connesse potremmo dire: galleria d'arte, associazione culturale, fondazione, studio d'arte, art advisoring e chi più ne ha più ne metta. Bisogna comunque notare che dalla seconda metà del secolo scorso, il moltiplicarsi delle definizioni ha subito una brusca accelerata. Se ancora nei primi del novecento le gallerie, almeno in Italia, avevano un matrice unica, o almeno molto simile, sicuramente l'esponenzialità della diversificazione delle formule costitutive la si ha con la fine del secolo e con l'inizio del nuovo millennio.
Già negli anni venti alcune librerie si prestavano ad ospitare delle mostre, soprattutto di quegli artisti legati alle avanguardie che erano affini, pur esprimendosi in modo visivo, a quei gruppi di intellettuali letterati con cui condividevano le pene della critica ostracista dei conservatori e la miseria economica tipica di chi cerca di muoversi contro corrente parlando fuori dal coro. Una necessità di trovare luoghi alternativi, mossa da eventi contestuali all'ambiente in cui si veniva ad operare, aiutati dalla solidarietà di amici ben intenzionati a trovar loro occasioni d'esprimersi. 
Ma oggi le necessità sono differenti. La legittimazione della trasgressione ha portato gli artisti ad agire isolati, senza cercare il conforto di altri intellettuali o di altri approdi per comunicare le proprie idee. Le alternative alla galleria non sono più quindi dettate dalla necessità culturale di una ricerca di consenso intellettuale, ma da una ricerca di una scappatoia nei meandri di una società che, pur comprendendoli, o comunque accettandoli dal punto di vista contenutistico, li ostacola sotto un profilo burocratico e legislativo. Le forme che prende quindi il sistema di distribuzione sono necessariamente diretta conseguenza di scappatoie giuridico formali atte a mantenere in vita un fragile sistema in perenne mutamento.
Avrete notato da questo preambolo confuso e arzigogolato che parlo di artisti e luoghi di distribuzione, sia materiale che intellettuale, indifferentemente, confondendone i ruoli. Un po' come se fossero una cosa sola e in effetti, per quanto qualcuno li consideri due controparti, io non riesco a vederli se non come un'unità interdipendente; una sorta di simbiosi, una medaglia con due facce, potremmo dire.
Non voglio entrare in argomento polemizzando contro gli stereotipi anti mercantilistici, cosa che si potrà fare in altro luogo, mi limito solo ad evidenziare come le difficoltà originate dalla stessa contingenza, siano condivise e condivisibili da entrambi i soggetti che, comunque giacendo su facciate opposte della medaglia, guardano troppo spesso in direzioni opposte senza rendersi conto che l'uno non può esistere senza l'altro (più o meno) e che dalla prosperità dell'uno dipende la prosperità dell'altro (più o meno).
Tornando all'inizio del discorso ... che dire? Forse che le varie forme giuridiche con cui si presentano i luoghi presuppongano un diverso contenuto? Oppure, come più probabilmente è, che ad ogni forma giuridica corrisponda un diverso modo di finanziarsi e di rapportarsi fiscalmente con una società in cui essi operano e che non capisce le peculiarità di una attività così diversa? Certamente la fiscalità ha contribuito molto a stimolare l'ideazione di nuove forme di definizione dell'attività di distribuzione, ma la cosa assume, nei momenti di crisi economica e di valori, un aspetto anche di necessità economica primaria, e da questo nascono i conflitti ed incomprensioni tra le due metà. 
Di recente ho letto sui social un post molto viscerale, e da quello sfogo personale di una parte incompresa, ho preso spunto per questa riflessione. 
Spesso gli animi si scaldano e le visioni contrapposte si incagliano in posizioni di radicale critica etica che, per quanto condivisibili in linea teorica, sul lato pratico mostrano solo un narcisistico disinteresse per per i problemi dell'altra metà del sistema che sperimentando, cerca solo una strategia di sopravvivenza. Comprensibili entrambi, condivisibili entrambi, deprecabili entrambi (non giudico e non prendo posizioni).

Ognuno idealizza la propria missione nel campo dell'arte facendo riferimento ad un immaginario che esiste solo per un esiguo drappello di fortunati o nei libri o nei sogni d'ambizione. Poi, con l'esperienza, infranti tutti i sogni, ci si deve adeguare alla realtà dei fatti.
Comunque tutto ciò non può e non deve essere liquidato con un semplice "così stanno le cose". Finché non si prenderà coscienza di essere tutti su una stessa medaglia, sulla stessa zattera che naviga in acque turbolente, bisogna imparare a cooperare. Bisogna imparare ad agire per l'interesse comune immedesimandosi nell'altro e cercando di portare il proprio contributo, senza vedere controparti, ma sodali ne proprio sistema vitale. Questi argomenti non li ha sfiorati Frank O'Hara nei suoi Consigli per artisti, ma correva l'anno 1952 e la cultura Beat non si faceva certo condizionare dagli aspetti pratici della vita di tutti i giorni. Non esistevano Fondi di investimento in arte come quello del British Rail Pension Fund o il Fine Art Fund che ora si chiama  Fine Art Group che gestisce $500 millioni in opere tra antico e moderno; non esistevano vendite plurimilionarie. Oggi invece si creano sogni avidi che contagiano anche chi si barcamena per conquistare un posto al sole, accontentandosi anche di un piccolo spiraglio.


martedì 1 agosto 2017

Marina Abramovic ci parla di Giacometti

Giacometti, un grande della scultura. Mai avrei pensato che Abramovic lo apprezzasse così tanto. Dopotutto il loro fare arte è diametralmente opposto. Ma l'arte, come si sa, è un linguaggio che si presta ad interpretazioni secondo la propria chiave di lettura. Quindi ascoltiamo la lezione di un artista su un altro artista:



mercoledì 12 luglio 2017

Ruth Asawa un artista da noi sconosciuta

Per la prima volta ho visto il nome di Ruth Asawa e ne ho cercato notizia sul web. Sono rimasto colpito e vorrei condividere l'emozione.
Per prima cosa noto che la diffusione delle sue opere e del suo lavoro è circoscritta, principalmente, in California e più che altro nella zona di San Francisco. Un artista "locale" quindi e ciò mi consola per l'ignoranza, ma non mi sento di assolvermi per questo.

Ripetere qui quello che ho appena letto mi sembra un po' un plagio e quindi mi limito a dare alcune risorse di rete per poter ripercorrere le tracce della mia ricerca.


Innanzi tutto il sito internet a lei dedicato: 




Al di là della goccia, del suo movimento nello spazio, vi è il materiale: il filo di ferro.
Il fascino del peso, annullato dall'inconsistenza del filo, sommato alla dimensione del volume, rendono queste opere, e gli ambienti che le ospitano, magiche. La foto sopra, purtroppo, non credo dia un'idea di tutta la potenzialità che le opere potrebbero esprimere. Sicuramente Bruno Munari avrebbe saputo meglio cosa farne.
Ma lui guardava, vedeva, e sapeva come meglio agire.
La nostra Ruth ha intuito un mondo di volumi fluttuanti e lo ha riempito.



Ma la scoperta non finisce qui. Voglio tornare ed approfondire. Se poi qualcuno volesse andare avanti con qualche contributo ben venga!

venerdì 23 giugno 2017

una lezione sul fare arte


Il 22 giugno ho ricevuto una bella lezione sul fare arte. Daniele Lotti ha presentato il suo libretto, della collana "quaderno d'arte" edita dallo Studio Bolzani di Milano, intitolato: "Nonno, che grande mistero!".

Un racconto favolistico in cui l'autobiografia dello scrittore, nelle suo memorie di bambino e del nonno Betto Lotti, ci insegna cosa sia l'arte e come suo nonno Betto l'abbia vissuta con passione. 
Daniele Lotti, nella struttura breve del racconto, riesce non solo a sintetizzare gli aspetti fondamentali della vita di suo nonno ma, soprattutto nel finale, riesce darci una lezione su cosa sia Arte. Si, quella con la A maiuscola; non la semplice pittura, frutto della tecnica, ma quella cosa che si nasconde sotto la tecnica e che si può vedere solo con il cuore. Quella trasfusa dall'animo dell'artista e che si percepisce in modo empatico tramite attenta osservazione.
Per chi si forse perso la serata l'11 luglio presso lo Spazio Eventi Di Regione Lombardia si inaugura una mostra dedicata a Betto Lotti presentata da Philippe Daverio.

lunedì 5 giugno 2017

Biennale, un po' Expo e un po' Fiera Campionaria


Luxus- Padiglione VeneziaParlare di Biennale di Venezia può essere lungo e tedioso. Dire le stesse cose trite e ritrite è poco utile e defatigante. Mi si consenta però una lapidaria osservazione che è sintetizzata nel titolo del post: quest'anno l'ho trovata un po' Expo, e un po' Fiera Campionaria. Grazie al padiglione Venezia (credo si chiamasse così) ho potuto vedere uno stand, forse allestito dalla pro loco, con il meglio dell'industria veneziana. Un padiglione fieristico pieno di orgoglio di campanile allestito, probabilmente per ribadire che Venezia non vive solo sulle (alle) spalle del turismo, ma che se si mettesse di buzzo buono potrebbe fare da se il proprio piccolo PIL. Luxus lo chiamano. Lo sa bene chi per sbaglio si siede in piazza San Marco e prende un aperitivo seduto al tavolo senza guardare prima i prezzi. Ma questo si sa: un posto per turisti benestanti ... Ma che c'entra l'arte?
Luxus- Padiglione VeneziaSi sa che i veneti amano il vino, ma perchè metterlo su una parete?
Ma va bene anche questo. Ogni Paese porta ciò che vuole per dare un immagine della propria cultura. Noi diamo questa e sentiamoci così ben rappresentati.

Luxus- Padiglione Venezia









venerdì 21 aprile 2017

I consigli dall'estremo oriente

Consigli ai giovani artisti da Yayoi Kusama




mercoledì 19 aprile 2017

Gillo Dorfles e la crisi d'identità delle arti figurative

Ancora una volta Dorfles chiarisce in poche parole quella che è stata una piccola rivoluzione nelle arti figurative che ha visto l'ingresso di una pluralità di forme espressive che vedevano il corpo, il movimento e l'azione nel novero dell'arte visiva.

martedì 18 aprile 2017

I consigli di Marina

Alcuni consigli di Marina Abramovic



sabato 15 aprile 2017

Grafica: il cavallo di Troia per l'educazione estetica di massa


Ascoltando Dorfles ho pensato a "cugini" degli artisti: i grafici.
Questi sottostimati creatori di oggetti estetici hanno, nella nostra società moderna, assunto un ruolo fondamentale nell'educazione estetica delle masse.
Spero che questo ruolo venga riconosciuto sia dal committente, sia da chi si appresta a svolgere il lavoro. Un fardello in più per quegli anonimi operatori che riempiono la nostra vita di segni ed immagini che ci scorrono sotto gli occhi.
Un ringraziamento al "grafico ignoto" a cui tributare omaggio


I consigli di Carlos

I consigli di Cruz Diez



venerdì 14 aprile 2017

martedì 11 aprile 2017

Consigli dalla "sacerdotessa"

Alcuni consigli dalla "sacerdotessa".
In sintesi: costruitevi un buon nome. ... tenete il vostro nome pulito. Non preoccupatevi di fare un mucchio di soldi o di avere successo. Siate consapevoli di fare un buon lavoro e proteggetelo.



venerdì 7 aprile 2017

I consigli di un re

Riprendendo il dilemma "artista si è o si fa" non posso che consigliare la lettura di un libro di Stephen King. Non temete, non mette i brividi. Si tratta di un libro sullo scrivere. Il titolo è: "on Writing".

Si tratta di un libro autobiografico e in chiave di manuale per apprendisti scrittori. Ora, per quanto questa nota sia scritta per apprendisti artisti delle arti visive e non dell'arte di scrivere, risulta utile soprattutto nella prima parte dove si tracciano gli esordi e gli sforzi per affermarsi.

Le biografie degli artisti sono uno strumento per capire come rapportarsi con il proprio atteggiamento nei confronti del lavoro che si intende svolgere. Un lavoro diverso dagli altri, ma pur sempre un lavoro.

Quando dicevo che l'infanzia non conta mi stavo riferendo solo alla stesura di un C.V. mentre sia da questa biografia-manuale sia da altre biografie potremmo

dire che conta dall'adolescenza in poi, con tutte le eccezioni del caso.
 Tornando al nostro re, King si forgia nella prima parte della propria vita. La volontà e l'essenza d'artista, per lui, nasce proprio li, in quella aborrita "fin dalla più tenera età" che si deve omettere nei C.V. 
King focalizzava ogni sua attenzione e volontà allo scrivere facendone esercizio quotidiano. Scriveva di tutto ed in ogni modo. Ma non solo. Lui leggeva, studiava, insegnava e, soprattutto, viveva. Esperiva quelle sofferenze, quelle gioie, quei fatti, che divennero poi la materia grezza delle sue creazioni.
Esercizi quotidiani indipendenti dai risultati nell'immediato.

Ora, se sostituite lo scrivere con il dipingere o scolpire, il gioco è fatto. Troverete un manuale per forgiarvi in forma d'artista, o meglio, per essere artista. Essere e non fare. Come sono sia King che Smith.
Ma non temete. Non credo sia necessario "iniziare da piccoli". Credo sia necessario, una volta iniziato, continuare con dedizione ed abnegazione assoluta. Bisogna "bere il calice fino alla feccia". Non ci si può risparmiare e, soprattutto, si deve studiare. Per king "La lettura è il centro creativo della vita di uno scrittore" per voi il guardare le opere d'arte. Se poi avete talento il re vi dice che: "Il talento toglie significato all'idea stessa di esercizio; quando si trova qualcosa per il quale si ha talento vero, la si fa (qualunque cosa sia) fino a farsi sanguinare le dita o cascare gli occhi dalla testa."


martedì 14 marzo 2017

Arte Sociale

Dopo aver fatto due mostre di Alessandro Di vicino Gaudio, un artista che per certi aspetti, come altri del resto, riflette sui mali della società e le ansie del suo futuro sviluppo, mi è parso opportuno interrogarmi e chiedere consiglio ad amici, a proposito di un pensiero un po' sopito che era molto in voga tanti anni fa. Questo pensiero percorreva le schiere degli intellettuali rimbalzando da una parte all'altra senza posa. Un pensiero in cui ci si interrogava sul ruolo dell'arte e se, e come, questa avesse una sua funzione sociale. Alle volte si andava oltre chiedendoci se avesse anche una capacità di incidere sostanzialmente nel tessuto in cui andava a collocarsi, provocando un'alterazione del corso degli eventi (accezione cui si riferisce l'architetto Valeria Armani nel suo intervento).
Certamente alcune forme dell'espressione artistica, come la letteratura, ad esempio, vivono maggiormente questa condizione, altre, per loro natura, possono essere partecipi o meno di questo agire. Bisogna andare quindi nel tessuto più profondo per poter discernere. Bisogna forse in primo luogo definire cosa si intende per "arte sociale" e poi valutare che impatto, che ruolo e come essa possa in qualche modo incidere sulle nostre vite.
Appare evidente che in molti casi le arti figurative possono assolvere questo ruolo di "sollecitatore" alla riflessione, diventare spunto ed occasione di ricordo e celebrazione. Possono benissimo essere lo strumento con cui la società prende coscienza di certi problemi o diventare veicolo di messaggi sintetici espressi in maniera non verbale.
Nella storia, per le arti visive, la funzione sociale c'è sempre stata. Dalla preistoria, quando gli sciamani per evocare buoni auspici per la caccia dipingevano animali, fino al ruolo di letteratura per analfabeti assunto dalla pittura quando la committenza ecclesiastica chiedeva all'arte di raccontare le virtù dei santi ed insegnare al volgo le sacre scritture. In tutti questi casi la pittura ha assolto egregiamente  un compito di comunicazione sociale. Alla
celebrazione della divinità si è succeduta poi una committenza laica e la celebrazione passò ad essere quella del condottiero, del nobile delle gesta eroiche di un paese: la celebrazione del potere, in definitiva.
L'arte successivamente, in molti casi, ha celebrato il malessere della società. Si è fatta espressione di stati d'animo o di condizioni di vita. Testimone degli aspetti della società in cui andava ad inserirsi. Assistiamo quindi  ad un'alternanza tra critica sociale e apologia del potere, espressione di malessere individuale in molti casi condivisibile.

Un aspetto particolare della definizione di "arte sociale" lo si trova negli scritti di Rothko. Lui ci parla di un arte che è totalmente sociale, qualunque forma assuma.  Probabilmente in questi scritti sta parlando di se e del suo malessere, che, tra l'altro, corrisponde ad una fase di cambiamento estetico del suo lavoro: dal figurativo più accademico ad una forma di surrealismo  che poi lo condurrà all'astrazione pura di derivazione surreale. In questi suoi scritti contrappone i termine sociale all'uso strumentale dell'arte come forma di fuga dalla realtà (escapism). Una fuga perpetrata dall'artista, s'intende. Nel negare questo presunto intento d'alienazione, di cui probabilmente qualcuno lo ha accusato, sostiene che tutte le forme d'espressione hanno un risvolto sociale. Nel momento in cui qualcosa viene immesso nel mondo sociale, essa in qualche modo incide. In primo luogo incide sulla persona stessa che ha immesso l'oggetto in questione, e per riflesso, quindi,  sulla società intera. Si arriva quindi ad una interpretazione molto ampia che vede ogni gesto e comportamento umano come fatto "sociale". Una anticipazione delle affascinanti teorie del caos sintetizzabili nella metafora della farfalla che battendo le ali a Pechino sposta la traiettoria di un tifone sulle coste orientali d'America. Ma nello specifico, per quanto affascinanti, queste teorie non aiutano a capire se oggi abbia ancora senso parlare di "arte sociale" per le arti figurative.
Partendo da questa concezione estesa, rothkiana potremmo dirla, probabilmente il professor Bonini incentra la sua risposta.


 Ma non è il solo. Anche Giorgio Seveso, critico militante e per lungo tempo curatore di tanti artisti che hanno inteso politicamente il loro ruolo d'artista, estende il concetto di "arte sociale" all'etica dell'artista.


 L'architetto Armani, invece, contestualizza in un ristretto arco temporale la sua riflessione. Si  riferisce a quegli anni di "militanza" degli artisti, partecipi di un vorticoso dibattito sulla trasformazione della società in cui ambivano assumere un ruolo di traino e stimolo.


 Ringrazio anche Angelo De Francisco Mazzaccara per le sue critiche espresse ai video pubblicati in anteprima su youtube per aver permesso un ulteriore chiarimento e ringrazio anche tutti quelli che vorranno dire la loro in merito.


lunedì 13 febbraio 2017

Artista si è o si fa?

Avere o essere? Un dilemma lanciato negli anni settanta da Erich Fromm che ha contagiato una generazione e che potrebbe essere parafrasato in molti modi e in molte circostanze.
Ogni tanto questo dualismo della visione dell'etica mi si ripropone sotto nuove forme ed articolazioni.
Al momento quello che mi sovviene è la sua parafrasi in "Fare od Essere". Lasciando perdere il toscano che da molto tempo interroga i suoi concittadini chiedendogli "ci fai o ci sei?", io mi domando se questo dilemma possa essere, e soprattutto quale possa esserne la risposta, applicato al mestiere dell'artista.
Indubbiamente, per certi versi quello dell'artista può essere considerato un mestiere, per altri versi, ed è innegabile, una condizione dell'essere.

Credo che non mi stancherò mai di ripetere la metafora marxiana sul modo di produzione dell'arte (K. Marx, Teorie sul plusvalore, I, pp. 599-­600), o meglio sulla condizione del lavoro dell'artista, in cui, individuato l'artista come lavoratore improduttivo, viene paragonato al baco da seta ed al suo modo di produrre. Una bella immagine che ci restituisce una nozione: il fare arte non può che essere una condizione ineludibile che spinge un essere a produrre determinate cose guidato esclusivamente da un estro naturale.
Da qui parrebbe che l'idea dominante identifichi l'artista come una condizione dell'essere.
Ma lo stesso Marx, nello stesso saggio, parla di lavoratori produttivi nel mondo dell'arte. Questi lavorativi producono in qualità di salariati e producono comunque cose artistiche. Pertanto la palla viene rimandata indietro e ci ritroviamo al centro campo. In Marx non troviamo la risposta definitiva tra "essere" e "fare" l'artista, ovvero tra lavoratore improduttivo e lavoratore produttivo.


Va da se che alcuni artisti, una volta trovato il successo, "fanno" gli artisti e trasformano la loro natura "estrosa" in una più materiale e pragmatica. Ma possono essere biasimati per questo? Dopotutto è la società a volerli così, oltre che, forse, a crearli così. La società crea il mercato, il mercato crea "l'artista che fa l'artista".

Forse potremmo pensare che gli artisti "puri", quelli "estrosi", quelli che "sono" siano migliori in quanto integri e che nulla concedano al "fare" così greve e materiale, contrapposto all'etereo essere. Forse potremmo crederli migliori non concedendo nulla al "fare" che consentirebbe loro di comunicare la loro arte ad una platea di pubblico più ampia. Ma ne siamo sicuri?
In "Sentimento e Forma" Susanne Langer mette in evidenza l'esistenza di un equilibrio tra le forze contrapposte in cui potremmo vedere l'essere come un'aspetto del sentimento e il fare come un aspetto della forma.

Ma un altro pensatore occidentale ci guida tra questi equilibri con altri parametri e altri riferimenti: Abraham Moles con il suo saggio "Il kitch e l'arte della felicità" ci introduce in un modo ordinato ed equilibrato in cui quantità controllate di condiscendenza nei confronti del pubblico (contenuto di kitch), non solo sono accettabili, ma necessarie per permettere il superamento del "rumore di fondo" che inevitabilmente esiste nella veicolazione di messaggi tra soggetti, produttore e fruitore, che hanno culture differenti  e parlano lingue reciprocamente estranee.

Pertanto il segreto non è essere o fare l'artista, ma trovare quel giusto equilibrio che consenta di comunicare quanto si ha da dire e di farlo nel modo più sincero possibile, nei limiti della comprensibilità, senza però concedere troppo al Kitch.
Dopotutto anche Don Qixotte aveva un Sancho Panza a riportare l'equilibrio tra il suo essere e il suo fare. Fosse stato solo, Don Quixotte sarebbe stato solo un cavaliere, invece, grazie al suo contraltare che spronava e frenava, ha potuto vivere le proprie avventure senza perdersi definitivamente nel suo essere.
Certo che se è possibile insegnare il fare, per l'essere le cose sono molto differenti.
Qualcuno potrebbe pensare a qualcosa di genetico, una predisposizione biologica. I più mistici potrebbero pensare ad un dono divino o a favorevoli congiunzioni astrali. Certamente l'ambiente aiuta, così come la volontà di trasformare l'ambiente che ci circonda in uno più consono a sviluppare una personalità adeguata alle proprie aspettative. Pertanto nulla è perduto. Per quanto si possa pensare alla propria negazione, ci sarà sempre un modo, sempre che ci sia la volontà, per costruirsi un "essere" assecondando il proprio "fare", così come ci sarà sempre il modo di arricchire il proprio "fare", assecondando il proprio "essere".

L'argomento può chiudersi qui? Forse. Ma forse si possono trovare altri spunti di riflessione.