martedì 14 febbraio 2023

Il Metaverso esiste

Ormai l'ho appurato. Il metaverso esiste e ci si può girare visitando luoghi interessanti. Con alcuni appassionati creatori e fruitori si è deciso di mapparlo per dare una guida a quanti vi si aggirino

giovedì 9 giugno 2022

NFT come estrema evoluzione della finanziarizzazione del mercato


 






Dall'invenzione del computer il limite é diventato esterno alla macchina, sia essa hardware che software. La complessità funzionale si é estesa con il lavoro svolto da migliaia di operatori che si muovono in ordine sparso in una completa anarchia (anche se forse qualche deus ex machina o "potere forte" ci mette di tanto in tanto lo zampino, orientando in direzioni individuate scientemente o incoscientemente).

Ora siamo prossimi a qualche altra svolta, consapevoli o meno. Chi ha inventato la blockchain non era completamente consapevole di tutti i suoi possibili sviluppi, così come non lo erano quelli che hanno inventato i primi socialnetwork. Le ipotetiche future sono appannaggio solo della fantascienza o sociologi sperimentali o come chi si occupa di design sociale (prof. Manzini). Quello che é stato per Internet, per la comunicazione e per la socialità, si riverbera oggi in altri ambiti che coinvolgono lo sviluppo della Blockchain. Così è stato per i bit Coin: prima osteggiati da banche e stati, molti dei quali completamente ignavi; poi da loro cavalcati e in molti casi dagli stessi detrattori. Ora che l'annullamento di ogni sottostante hardware é stato completato, rimane come unico sottostante la fede. Poteva l'arte rimanere alla finestra? No. Il processo di finanziarizzazione del settore artistico, non poteva arrestarsi. Questo processo ormai è maturato e gli NFT non possono che essere l'inevitabile conseguenza di errori/scelte-fatte che si compiono da decenni: Aste; Fiere; Tele vendite; Esaltazione dei prezzi; Divinizzazione dello star sistem dell'arte; Identificazione di valore artistico con valore economico; etch. non sono altro che i prodromi. La finanza, nei suoi estremi, della società post industriale, ha come sottostante solo la fede. Ma se il sottostante é la fede, perché non potrebbe valere un'opera digitale che ritrae fumettisticamente  una scimmia annoiata? Perché stupirsi se qualcuno paga anche un milione per una cosa così? Dopotutto nell'anonimato della rete l*i (Lui o lei) compratore/venditore non deve rendere conto a nessuno. E se acquirente e venditore coincidono (aggiotaggio? Turbativa d'asta?) lungo il percorso di formazione valore economico valore artistico consenso e fede, é la rete nel suo complesso a goderne e non una gallerista-mercante o una casa d'aste. Il mercato e nella sua sub-componente del mercato-dell'arte gode tutte le volte che il sistema acquisisce nuovi capitali freschi che in qualche modo possano sostenere le esternanze (perdite economiche che il sistema ha, non essendo un "sistema chiuso e isolato"), pertanto perché voler giudicare gli NFT con gli strumenti cognitivi di oggi (o di ieri) e non con quelli ipotetici futuri?
Forse pensiamo che con un battito d'ali di una farfalla in Cina si possa spostare un tifone sulla costa orientale degli USA ma non che una piccola discussione sugli NFT possa incidere sui potenziali sviluppi nell'utilizzo di un asset finanziario in maniera positiva sulla cultura e lo sviluppo dei contenuti artistici prodotti dalla nostra società? @

lunedì 20 settembre 2021

Chi ha paura del virtuale?

 Ogni tanto mi capita di parlare con delle persone spiegando loro cosa faccio da un po' di tempo a questa parte. Inizialmente mi guardano straniti e poi immancabilmente mi replicano: 

"Ma io preferisco vedere un opera d'arte dal vero"

E io replico:

"Io pure"




E che altro si può dire se non che è un equivoco, un falso problema paragonare le due cose. Soprattutto è un grave errore considerarle antitetiche, si rifiutano a priori le potenzialità di uno strumento complementare, così come possono essere considerati complementari ad una mostra il suo catalogo, l'audioguida e i pannelli che si pongono all'ingresso delle varie sale che spiegano e guidano.


venerdì 28 maggio 2021

Sul valore economico delle opere d'arte

 Argomento spinoso quello della valutazione economica di un'opera d'arte.
Pertanto potrebbe essere sintetizzato così: "NO COMMENT"
Fate Voi le vostre deduzioni.






















mercoledì 9 dicembre 2020

Non si fanno grandi numeri in arte

 No, non si fanno grandi numeri in arte. 

Ho appena seguito un primo incontro organizzato dal Museo del 900 di Milano. L'istituzione più importante milanese per quanto riguarda l'arte moderna. Una diretta streaming sul canale Youtube. Qualcosa che poteva essere seguito da tutti gli Italiani da tutto il mondo. Mi limito agli italiani in quanto la conferenza era in italiano.


Eravamo in pochi. mediamente 140.


Una lezione interessantissima, piacevole. 

Speriamo che rimanga in rete e che si aggiungano in tanti.



venerdì 16 ottobre 2020

Il carico armonico e la via del successo

 Premetto che il successo arriva sempre a chi se lo merita, ma non sempre chi si meriterebbe il successo riesce a raggiungerlo.

In questo blog ho postato diversi "consigli per gli artisti". Forse sono solo luoghi comuni riportati in maniera confusa e disordinata, forse sono solo parole al vento, ma credo vengano da anni di riflessioni, successi e fallimenti osservati e vissuti.

Oggi mi preme ribadire che alcuni fenomeni della fisica andrebbero presi in considerazione con maggiore attenzione traslandoli nei comportamenti degli artefici del proprio successo per il conseguimento del loro scopo.

Il fenomeno di oggi è il "carico armonico" e le conseguenze di questo sulla carriera.

Il "carico armonico", nella fisica statica, è quella soma di forze che vengono applicate ad una struttura elastica. L'energia residuale, terminata ogni applicazione della forza, viene a sommarsi alla successiva applicazione della forza stessa, se questa forza viene applicata al momento giusto. Dopo un certo lasso di tempo la forza applicata, anche se di modesta entità, ha l'effetto di una forza enormemente maggiore della singola forza applicata.


Un esempio classico è la brezza che abbatte il ponte di Takoma:


Una piccola brezza che in poco tempo ha un effetto devastante su una struttura imponente.

Pertanto agite come quel vento per abbattere il muro dell'indifferenza per il vostro lavoro. Non è uno sforzo enorme. Bastano tanti piccoli sforzi applicati nella giusta direzione, ma soprattutto con la giusta costanza.

sabato 23 novembre 2019

Il triangolo semantico

Per spiegare il modo con cui un'opera d'arte comunichi si sono applicate numerose menti. Io credo ci si possa fermare anche a riflettere su questo pilastro:
Il segno è qualcosa che sta per qualcos'altro, per qualcuno, in qualche modo.
Il relativismo che si solleva con questo assunto ci porta a pensare che il detto talmudico ripreso da Anais Nin: "Noi non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo" sia sempre più attuale e condiviso.

lunedì 16 settembre 2019

Per un etica dell'arte

Possiamo chiedere un po' di decenza per non svilire istituzioni culturali di alto profilo come la Biennale di Venezia?
Se la simonia portò grande sconquasso in una istituzione come la Chiesa Cattolica, fenomeni analoghi si assistono da anni nel settore delle arti visiva senza che un Savonarola si scagli con sufficiente livore contro la decadenza dei costumi.
Purtroppo Napoleone III con la sua lungimirante e scellerata decisione di aprire il "Salon des Refusés" aprì la strada, un lungo percorso per fortuna, fino a quello che oggi sembra essere lo slogan degenerato post avanguardie storiche: "questo lo so fare anch'io, lo faccio e lo espongo in Biennale".
Infatti ricevo periodicamente messaggi che ne sono la logica conseguenza:


Appare evidente che "Se vuoi, puoi", anche se per far posto a tutti si deve aspettare il proprio turno come alla toilette.
Ma pagando ti puoi mettere in coda e lasciare la tua traccia in un prestigioso padiglione del luogo sacro per l'arte moderna, espressione del proprio tempo da oltre un secolo. Non solo, ma ottieni anche dei punti fedeltà accumulando sconti come in un supermercato, il "supermercato della Fama", un fenomeno simoniaco lampante e palese per chi dell'arte ha un'idea di sacralità.


Per non parlare poi dei ricchi cotillons che puoi racimolare nei tuoi personali memorabilia da mostrare a parenti e amici adulatori.
Basta avere un po' di soldi e la foto ricordo allieterà il salotto buono di casa sotto al migliore dipinto. Un altarino auto celebrativo che da un ulteriore spintone alla serietà della categoria. Diplomi, foto con strette di mano e abbracci di personaggi famosi che si prestano prezzolati a diffondere benedizioni.

O tempora, o mores 

domenica 30 giugno 2019

Può il decostruttivismo essere considerato la chiave di lettura di tutta l'arte moderna?

Può il decostruttivismo essere considerato la chiave di lettura di tutta l'arte moderna?

Vediamo, ... ma forse si. Partiamo da alcuni esempi.


Andy Warhol decostruisce la propria società, la società dei consumi, quell'American Way of life in cui i suoi genitori si sono proiettati da immigrati, viene presa, smontata nei suoi simboli iconici e ricostruita in una moltiplicazione sgargiante di immagini senza mezzi toni, di forte connotazione grafica.
Warhol fa a pezzi il suo mondo, ne prende i brandelli e i brandelli diventano icone, feticci. I feticci quindi si moltiplicano all'infinito.
Andy Wahrol opera così una decostruzione sia semantica che topica nello stesso tempo.

L' esempio della decostruzione semantica l'attua astraendo l'immagine-segno dal significato comune e dandole regole nuove, trasformandola così in altro.
La banconota da $1, per esempio. Oppure la sedia elettrica.
La decostruzione topica l'attua quando riproduce delle scatole di
detersivo per collocarle in una galleria. Una decostruzione già operata in passato da Duchamp e la sua fontana.

E questo processo astrazione semantica e ricollocazione topica lo porta avanti fino alle ultime opere del Vesuvio e dell' ultima cena.

Tutto il suo lavoro parte da questo schema creativo semplice e meccanico. Un meccanismo un po' autofago dove l'originalità si stempera nella serialità, e la serialità stessa diventa essa stessa atto creativo. Non sarebbe un'opera di Wharol se non fosse moltiplicata identica e nelle sue varianti. E anche qui la decostruzione opera il suo ruolo: l'originalità, che per antonomasia si dovrebbe applicare all'unicità, qui si manifesta nella sua serialità. Wharol genera il proprio mondo con le proprie regole, ed in ciò risiede il suo valore artistico.

Ma questa sua produzione si auto demolisce quando cerca di rappresentare la realtà oggettiva. Questo intento lo introduce nei suoi film. "Building" o "Sleep", sono la realtà riportata in video: camera fissa e tempo reale. Nessun intervento artificiale esterno. Nessun movimento di macchina. Nessun taglio. La realtà si dipana sotto gli occhi dello spettatore. Nessun atto creativo se non nell'azione taumaturgica dell'idea dell'artista che genera l'opera.
Un po' come Piero Manzoni che con "Fiato d'artista" e "Merda d'artista" ci dice che è l'artista a fare un opera un opera d'arte; e
questo concetto lo sottolinea quando in galleria firma i visitatori rendendoli opere d'arte. Così come Rotella che a Carla Lonzi confessa il
potere magico delle sue mani che strappando la carta dei manifesti, rivela l'opera che vi si cela. E solo le sue mani d'artista hanno il potere di dare valore artistico a quanto si trova stratificato naturalmente sui muri delle nostre città.

In questi giorni un altro americano ci da una nuova versione di un processo di decostruzione: Jef Koons.
Se Wharol decostruisce scientemente il consumismo, Koons lo fa con qualcosa legato all'infanzia, ai giochi gonfiabili dei bambini. Lo schema del suo lavoro creativo non è dissimile da quello di Wharol: astrazione dell'immagine segno e ricollocazione topica in un contesto museale.

Non che Oldenburg sia da meno in questo, anzi. La varietà dei soggetti di Oldenburg rendono questa modalità di lettura dell'arte moderna maggiormente palese Una decostruzione completa della realtà per portarcela davanti agli occhi ricostruita a propria immagine.


Ma andando avanti potremmo trovare tanti altri riferimenti di decostruzione, il grimaldello con cui penetrare nei meandri della creatività e del linguaggio degli artisti.



martedì 21 maggio 2019

Long-term thinking

Non la conoscevo e ora la conosco. Si tratta di una fondazione. Una fondazione che pensa in grande e in lungo. Pone le basi stesse della civiltà umana per i prossimi 10.000 anni, o almeno ci pone davanti alla costruzione oggi di un domani che non sarà certamente nostro, nè di quello che noi attualmente conosciamo.
Una cosa ambiziosa se si pensa ai piani quinquennali dell'Unione Sovietica o della Cina. Ars Longa vita brevis dicevano gli antichi. Ora c'è qualcuno che questo detto l'ha preso alla lettera e sta programmando un nuovo umanesimo in un lasso di tempo ben più lungo della sua stessa vita e della vita stessa delle Nazioni e della società che noi conosciamo.

Chi mi ha fatto conoscere questo ambizioso progetto è un artista geniale: Brian Eno.
Dopo essere stato uno dei leader del gruppo Roxy Music, siede oggi nel board di una fondazione che si pone come obiettivo il miglioramento della società in cui si vive e in cui, soprattutto, si vivrà in futuro: The Long Now Foundation 


Un approccio veramente rivoluzionario, visto che noi viviamo in una società fondata prevalentemente sul concetto distorto di "qui ed ora", dove il "qui ed ora" non è quello di Alan Watts,  ma è prevalentemente inteso come una soddisfazione immediata di un bisogno egoista ed egocentrico. Oggi prevale una forma di opportunistica interpretazione del "qui ed ora" che non permette di  vedere le conseguenze delle proprie azioni proiettate nei tempi futuri. Vivere l'oggi per l'oggi è comodo anche se miope.
La fondazione si pone quindi degli obiettivi di grande rispetto ed ambizione. Farci pensare a lungo termine significa molte cose.

Se  il monito precedentemente dato poteva essere visto come un presuntuoso eccesso estenderlo così tanto, ben oltre lo scibile umano, come si pongono Eno e compagni, è qualcosa di grandiosamente artistico, utopico, è deliziosamente condivisibile.

Lunga vita a The Long Now Foundation . Accettiamo di buon grado questi illuminati pensatori. Gente in grado di sognare, progettare e costruire un orologio. Ma non qualcosa nella scala dimensionale comune. Un orologio che impiega un anno a fare un clic. Un orologio a cuckoo che cinguetta ogni 1000 anni per i prossimi 10.000 anni.

giovedì 16 maggio 2019

Oggi è il passato del tuo futuro


Arrivati ad una certa età ci si accorge di vivere nel futuro del nostro passato. Sembra strano che ad una certa età ci si ricordi quando innumerevoli cose che ci circondano, e che sono oggi date per scontate, erano solo fantasie degne della narrazione di visionari scrittori di fantascienza. La società oggi, oltre ad avere una forma strutturale ben diversa da quella del passato, ha una ricchezza di gadget

Dick Tracy - Wikipedia

e di oggetti evoluti di cui si è persa la memoria dell'archetipo  originario, primitivo, che li ha originati. Ci vuole una certa età per accorgersene, ma ci vuole anche una certa memoria, ed un motivo, per ricercarne forme e contenuti.


Ma quale è la misura di una certa età  che ci vuole per vivere nel futuro del proprio passato?
Forse non si può dare una quantificazione certa a ciò: dipende da cosa si prende come riferimento del cambiamento. Un conto è la tecnologia, un'altro è l'arte, o l'estetica. Tutto cambia. "Pata rhei". Se uscissi ora con lo scontato e mai abbastanza ascoltato "Ars longa vita brevis" le reazioni potrebbero essere delle più disparate: qualcuno toccherebbe legno o ferro, qualcun altro scrollerebbe  le spalle con uno sbuffo, qualcuno lancerebbe uno sguardo di compassione. Così mi fermo qui, pur non credendo di aver esaurito i luoghi comuni sull'argomento, ma accontentandomi di aver detto abbastanza per inquadrare il problema del presente in termini di memoria, solo per introdurre il concetto di presente come prodromo del futuro, di cui il titoletto del post.

Ora potrei anche uscire con un'altra serie di pistolotti e luoghi comuni del tipo: "chi ha tempo non aspetti tempo" e così via, ma altri consigli, certamente migliori del mio,   sono stati dati in questo blog prendendo a prestito le esperienze di alcuni grandi come:
Stephen King,
Patti Smith,
David Byrne,
Carlos Cruz-Diez,
Yayoi Kuysama,
Marina Abramovic,
Ma sentendomi in obbligo di dare qualche altro consiglio a quanti hanno la pazienza di leggermi, esco con una paternale: "chi ha tempo non aspetti tempo".
Ora non aspettatevi un'altra caterva di luoghi comuni per sottolineare il concetto di "oggi" relativo al futuro. Spero non ci sia bisogno di proverbi, anche perchè vorrei andare un po' più in profondità; e  per farlo vorrei ricordare il concetto ben espresso da Sartre con il suo "progetto di vita".
Quello di "progetto di vita" è un concetto affascinante e degno di riflessione quotidiana per tutti. Tutti infatti dovrebbero pensarci almeno cinque minuti al giorno, magari la mattina, momento in cui ci si guarda allo specchio impastati dal sonno, un sonno che sia quel sonno proprio dei "giusti", o quello "ristoratore" non importa; oppure, se non siete allodole ma usignoli, i cinque minuti li potete trovare prima di abbracciare Morfeo. Sarebbero i cinque minuti meglio spesi della giornata, proprio quelli sottratti alle orazioni, che nella nostra società laica sono rimaste appannaggio solo di pochi, che tra le altre cose vengono guardati con diffidenza dai più. Sarebbe una meditazione materialista e poco mistica, ma altrettanto utile.
Si tratta di inserire, insomma, le nostre azioni nel quadro di un progetto più o meno strutturato, un qualcosa che non sia una vanvera. Dovrebbe essere un progetto composto di sotto progetti e che che viene a comporre a sua volta un macro progetto, che in qualche modo si compone del nostro personale e dei personali progetti di altri che lo incrociano, lo condividono e ne partecipano modificandone forma, percorsi relazionali e strategie, ma tenendone presente l'obiettivo finale. Quell'obiettivo per cui tutte le nostre azioni prendono senso e possono giustificare la nostra esistenza.
Una progettazione a blocchi, per dirla con una analogia informatica della programmazione a blocchi, se vogliamo vederla con un'immagine attualizzata. In qualche modo qualcosa che ha a che fare sia con la logica booleana che l'insiemistica. Qualcosa che comunque sia sempre pronta ad accettare la "liquidità" della società post-moderna e del relativismo imperante ... (forse non chiarisce, ma poco importa, fa anche bela figura).
Meditate quindi. Programmate la vostra attività, in una prospettiva temporale lunga ed articolata. Fatelo ogni giorno e tenete ben presenti gli obiettivi che vi siete prefissati.

aloha

martedì 19 marzo 2019

Il pericolo della proliferazione delle case d'asta

Il pericolo della proliferazione delle case d'asta
Il caso degli USA e la piattaforma liveauctioneer.com



Girovagando nel web mi imbatto in un forum, un luogo di discussione online, per chi non lo sapesse, in cui un partecipante solleva il problema della grande quantità di opere false che si trovano nelle aste online. 

Va bene che uno potrebbe dire: "se acquisti un Iphone a 50€, te la sei andata a cercare" perchè diamo per scontato che uno sappia cosa è un Iphone, sappia cosa costa e quindi sappia che comprandolo a quella cifra non fa un buon affare, ma si prende un imbroglio per certo. Ma siamo sicuri che tutti sappiano cosa sia un dipinto? Quanto possa valere un opera d'arte?
Forse non è così, e comunque anche chi vende Iphone a 50€ dovrebbe essere fermato, così come dovrebbero essere fermati questi diffusori di imbrogli.

L'opera quì illustrata riproduce un lotto in asta. Viene dichiarata opera eseguita da Basquiat
La scheda lo definisce:

Jean-Michel Basquiat: Scull (sic)

Estimate $6,000 - $10,000

Quindi un opera potrebbe essere allettante in considerazione che la contesa viene dichiarata partire da

STARTING BID

$2,000.00
per poi arrivare a dire che, con un lungo giro di parole, a un osservazione attenta l'opera è nello stile.
Forse siamo di fronte a dei "falsi d'autore"? Ma questo non viene detto subito, lo si capisce solo ad attenta lettura. In ogni caso 2000$ per una copia non sono certo pochi.


Qui invece si viene ad offrire un nostro artista. Capogrossi, una bella carta.
Estimate $4,000 - $6,000
Una valutazione bassina, no? Ma si sa, sono affari che si possono fare oltre oceano, dove non hanno i nostri stessi punti di riferimento.
Il lotto riporta una lunga descrizione della storia dell'artista, ma non si dice se sia o meno un falso: controllate voi, sempre che il link sia ancora raggiungibile quando leggete.







mentre quest'opera è stata battuta in una casa d'aste italiana ... da notare che da noi ci sono anche riferimenti ad autentiche. Altra serietà. Una serietà che altri potrebbero non notare o giustamente valutare, visto che da noi la valutazione è 5 volte quella americana, una differenza notevole soprattutto se si pensa che l'asta americana parte da 500$
Questi sono solo due esempi, ma il sito è pieno di queste ... come definirle ... "patacche"?
Ovviamente non sarà tutto così. Magari si possono fare degli affari veramente, basta osare e arrischiarsi: osare magari  per avere un De Chirico come questo per poco più di 3000euro:
da notare la stima che sarebbe equa per un opera autentica, e che induce a credere nell'autenticità della stessa, la base d'asta, che induce a credere nel grande affare, e nella descrizione che in maniera casuale dichiara che l'opera non è di De Chirico.
Tutto questo all'insegna della libertà di mercato ... Poi parlano male della Cina e della violazione dei diritti sulla proprietà intellettuale. 

sabato 19 gennaio 2019

La formula magica

La formula magica 

Un algoritmo per il calcolo delle probabilità di successo 



Recentemente, per strane circostanze, mi è stata formulata una domanda particolare: individuare degli artisti che potenzialmente potessero avere successo tra i venti e i cinquant'anni a venire. Un lasso di tempo ampio a sufficienza per poter far ricadere un numero di variabili di grande rispetto. Qualcosa che comporta le difficoltà collocabili tra il ritrovamento dell'ago nel pagliaio e il caos l'individuazione dell'origine della materia oscura.
In un primo momento ho cercato di evitare di dare una risposta adducendo l'ovvia impossibilità.
Poi, a mente fredda e più rilassato, ho cominciato a riflettere sul problema.
Sicuramente un metodo scientifico, che tenga in conto dei vari fattori concorrenti alla realizzazione di un successo artistico, si potrebbe anche trovare. Si tratta della "sfida delle sfide", l'apoteosi del criterio scientifico nella razionalizzazione dei processi rappresentativi della società moderna.

Così cominciai a pensare a come fare per predire se un artista sarà famoso.  Come individuare le caratteristiche vincenti? Che importanza attribuire ai fattori in gioco? Quali interazioni tra essi?

La domanda d'acchito mi ha evocato l'incubo dei luoghi comuni che mi hanno assillato per tutti questi anni: "sono cavalli vincenti" gli artisti della mia "scuderia". Tutti cavalli di razza perchè sono artisti emergenti ...

Quante metafore stupide ed ippiche. Mi sono sempre domandato perchè quei riferimenti all'ippica venivano sempre tirati in ballo, sia per il successo che per l'insuccesso (il "meglio che si dia all'ippica" è sempre presente).
Pressato dal fare un pronostico, non avendo sesti sensi da utilizzare, non possedendo doti divinatorie, ho iniziato a riflettere. Il tarlo della curiosità mi ha spinto ad affrontare il problema.
Lungi dall'aver trovato risposte, ma gli spunti di riflessione mi si sono palesati in tutta la loro incredibile evidenza.
Non è credibile che il successo sia il frutto di una conversione di massa del pubblico che porti alla fede cieca nel valore dell'artista. Condivido l'opinione di Bauman che relega al puro folclore il fatto che il successo sia un dono del Fato.
"«Essere scoperti» dal Fato, incarnato da un protettore di quelli che contano o da un brillante mecenate in cerca di talenti finora non riconosciuti, o semplicemente non apprezzati come dovrebbero, è stato un motivo molto frequente nel folklore biografico di pittori, scultori e musicisti fin dalla fine del Medioevo e dall’inizio del Rinascimento. "
Fatta salva la mia opinione che il successo sia il frutto di un duro lavoro inserito in quello che Sartre ebbe a definire"progetto di vita", si devono comunque mettere in evidenza quei "segnali" per tracciare il percorso più breve per raggiungere la meta.

Da esterno, e non parte in causa, individuo solo i fattori. Ma questi possono essere presi dagli aventi causa (gli artisti destinatari di questi consigli), in strada per il successo o in procinto di intraprenderla, come dei segnali da utilizzare per tracciare il percorso.
Credo che ognuno, sulla base delle proprie valutazioni, debba trovare i fattori che considera più validi partendo dalle biografie degli artisti che la fama l'hanno raggiunta e dalla realtà contingente in cui è immerso. Quella realtà di cui ha esperienza e con cui deve fare i conti. Gli elementi ci sono tutti, sono sotto gli occhi di tutti; bisogna  solo individuarli e se sono ostacoli rimuoverli e se sono fattori positivi coltivarli.

Mi piacerebbe avere un confronto con i diretti interessati, quelli cioè che intraprendono la strada e non vogliono limitarsi ad aspettare il volere del Fato.

Già ho invitato a leggere i consigli di King dove si parla di quello che c'è da fare, o i consigli di altri grandi di successo. Ma questa nuova impostazione solleva tanti nuovi argomenti. Alcuni di questi, già messi in evidenza in altri post che trattano aspetti più reconditi, dovranno essere individuati e valutati con il giusto peso.

Una possibile elencazione di fattori

Gli elenchi sono sempre un buon punto di partenza.
Il termine "possibile" sottintende la non esaustività, né certezza che siano i principali elementi costruttivi dell'algoritmo che guiderà il possibile calcolo probabilistico, o gli elementi su cui lavorare per migliorare la propria posizione se siete dei produttori.

1) Ambiente: in cui si forma e in cui opera l’artista.
2) Originalità/attualità: grado di innovazione nella forma espressiva e grado di innovazione nei contenuti.
3) Età: misura del tempo che rimane per conseguire i riconoscimenti e misura del tempo consumato per raggiungere la posizione occupata.
4) Capitale economico: proprio o di terzi che consenta all'artista il proseguimento del proprio lavoro con serenità di spirito; che consenta investimenti adeguati nella produzione di opere; che consenta adeguate strategie di marketing, che vanno dall'organizzazione di mostre al finanziamento di rapporti sociali in un territorio più o meno ampio.
5) Geolocalizzazione: ovvero il luogo in cui è stabilmente o temporaneamente. Provenire ed operare in un determinato territorio può essere più o meno premiante o penalizzante. Il valore del territorio non è costante nel tempo e può essere soggetto a rivalutazione storica o, viceversa, ridimensionamento. Per esempio Parigi e la Francia durante i due secoli scorsi, gli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e i paesi emergenti oggi, come la Cina, che risultano delle enormi incognite. Per quanto riguarda il nostro territorio nazionale tali considerazioni valgono, seppur in maniera meno macroscopica e più articolata.
6) Socialità: alcuni segmenti della società partono in salita, altri in discesa. Per l’artista determinare dove è collocato e come poter modificare la propria posizione è una questione importante. Spesso il successo dipende da condizioni sociali e dalle relazioni che ne conseguono. Raggiungere determinate persone e il modo con cui questo contatto avviene risulta cruciale nel raggiungimento degli obiettivi. Così come è discriminante l’appartenenza a determinate categorie particolari caratterizzate da orientamenti sessuali, religiosi, politici. Questi fattori possono aiutare od ostacolare il raggiungimento degli obiettivi.
7) Preparazione culturale: l’artista intellettuale è sempre stato un personaggio in grado di conquistarsi i favori di alcuni segmenti della società. La cultura in generale può essere fonte d’ispirazione e sostegno delle proprie tesi estetiche.
8) Carattere: la stabilità emotiva può essere un fattore determinante, così come la determinazione e l’autostima. Gli aspetti caratteriale dell’artista possono essere fattori molto determinanti nella sua ascesa al successo. Possono favorire od ostacolare la sua carriera. Esempi che comunque contraddicono la positività o negatività di un determinato aspetto caratteriale ci sono in abbondanza nella storia dell’arte, ma dobbiamo comunque tenere presente che questi vanno considerati anche nel più ampio quadro di relazioni interconnesse a tutti gli altri fattori da tenere presenti. Forse l’unico aspetto caratteriale indipendente, generalizzabile e determinante, potrebbe essere la “determinazione”.
9) Padronanza tecnica: un fattore da non sottovalutare, anche a fronte di un procedere concettuale prevaricante: la tecnica. La percezione del pubblico su questo fronte nell'accettazione dell’opera è fondamentale.
10) Legami storici: l’artista, per quanto operante “quì ed ora”, deve avere solide radici impiantate nella storia dell’arte, soprattutto recente. L’individuazione della categoria d’appartenenza o l’apparentamento ad una scuola di pensiero costituiscono punti di forza che agiscono sul pubblico in maniera inconscia e sulla critica in maniera conscia e determinante nella sua collocazione e gradimento.
11) Appartenenza di genere: le distinzioni di genere vanno fatte. Purtroppo l’appartenenza di genere è un fattore di forte discriminazione. Il mercato dell’arte è dominato pesantemente dal genere maschile. Solo da pochi anni si assiste ad una apertura nei confronti delle donne, anche se sul fronte produttivo e, sopratutto accademico, sono il genere prevalente in termini numerici.

12) Capitalizzazione nomea: con capitalizzazione nomea si definisce la quantità di fama acquisita tramite l’attività artistica e/o la diffusione del nome tramite marketing. Quello che va messo subito in evidenza è la correlazione di questo fattore con l’età o meglio con il suo inverso che potremmo definire “orizzonte temporale ” inteso come quantità di tempo rimanente per il raggiungimento del successo.

Dodici punti, degli innumerevoli, che possono comporre la realtà oggettiva in cui l'artista è pregno. Dodici punti il cui peso andrà determinato, Dodici punti da incrementare di sotto-punti forse, oppure di accorpare in quanto inutili ripetizioni o sfaccettature ininfluenti ed assimilabili ad altri.








venerdì 9 novembre 2018

Non io, tu. Una riflessione sulla mostra di Elena Cantaluppi allo Studio Bolzani

Non io, tu 

Le teste scambiate 

di Thomas Mann 







Il mio primo "Non io, tu!" mi capitò di incontrarlo alla età di 10 o 11 anni. Era una storia a fumetti horror della serie zio Tibia contenuta in un prezioso fascicoletto che ci scambiavamo tra amici in cortile dopo la scuola. E lì, in quelle pagine, un finale a sorpresa: "Non io, tu!" Poi, dopo molti anni, un film. Quando lo vidi impiegai un po' di tempo a realizzare che il concetto lo avevo già gustato in un altro tempo è in un'altra forma. Dopotutto erano passati anni e una storia a fumetti lascia ben poche tracce. Il film vedeva un giovane Bruce Willis vestire i panni di uno psicologo infantile e, anche lì, il finale, anche se in forma diversa ma identica nella sostanza, si conclude con il colpo di scena: "Non loro, tu!". Ma non sono sicuro che l'epifania mi sia giunta proprio in quel momento,
forse allora provai un senso di "già vissuto". Quello che è certo è che la mia terza esperienza fu quella che tirò fuori definitivamente i collegamenti tra queste varie forme di "Non io, tu!". Ero in vacanza sul lago e mio figlio, dedito a letture meno trash di quando avevo le ginocchia sbucciate negli incidenti di cortile, in un'età all'incirca di quella che avevo io quando incappai nel mio primo "Non io, tu!", si dilettava della lettura di libri per ragazzi della serie "Piccoli brividi". In quel frangente, non avendo niente da leggere, pescai dalla sua scorta e qui incappai nel mio terzo "non io, tu". Ormai mi era ben chiaro lo schema. Lo sviluppo della storia, la creazione del sospetto, la quasi certezza, il colpo di scena finale che ribalta i ruoli. Ed è così che negli anni mi sono imbattuto in ben tre diverse forme di "Non io, tu!": il fumetto, il film e il libro per ragazzi. A questo punto, avendola trovata con cadenza irregolare, questa forma narrativa aveva assunto per me una regola aurea. Ora la ritrovo in un'altra forma di espressione artistica: la fotografia d'arte.
La fotografia d'arte è una forma di espressione artistica il cui senso non risiede prettamente nell'immagine. Quella è la fotografia pura e semplice. La foto artistica anela esprimere l'arte che è nell'artista; né più né meno che altre forme di espressione artistica come la pittura e la scultura. E cosa troviamo in questa serie di opere di Elena Cantaluppi se non una serie di opere all'insegna del "Non io, tu!"? Un "tu" che rimane nel riflesso delle vetrine dove simulacri di esseri viventi indossano vestiti che prossimamente saranno il complemento di qualcuno. Le immagini sembrano volerci ammonire: non sono io ad essere un inanimato essere senz'anima, ma sei tu ad esserlo. In una società disumanizzata parrebbe essere la vita artificiale ad umanizzarsi.

 Già nel 1992 J. Doyne Farmer e A. A. Belin preconizzavano che "... nel giro di 50 o 100 anni al massimo emergerà una nuova classe di organismi. Si tratterà di organismi artificiali, Nel senso che saranno progettati da esseri umani, ma potranno anche riprodursi e si evolveranno, assumendo una forma diversa da quella originaria; saranno insomma, organismi viventi, qualunque sia la definizione che si attribuisce a questo termine" 
Artificial Life: the Coming Evolution 

 Anche questa distopia sembrerebbe essere lontana da Cantaluppi tanto quanto quella del "Non io, tu!", ma forse la quadratura del cerchio arriva se si considera che noi non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo. Questa massima, che è del Talmud, sintetizza l'idea del rapporto dialettico esistente tra l'opera d'arte e lo spettatore, in relazione al rapporto esistente tra l'opera d'arte e il suo creatore. Spesso si sente la domanda: cosa significa? Cosa ha voluto dire l'artista? Questi sono sempre stati i veri "falsi problemi" dell'arte. Quello che vuole esprimere l'artista è una cosa, quello che è l'opera è un'altra cosa e, infine, quello che recepisce lo spettatore e altra cosa ancora. Tutto dipende dalla dialettica della mediazione tecnica, nel caso del rapporto tra l'autore e l'opera, e della dialettica tra opera e il bagaglio culturale dello spettatore nella lettura nella stessa; ovvero del Corpus mysticum cristallizzato nel Corpus mechanicum che visivamente lo spettatore percepisce. Da questa dialettica, quindi, mi nasce un legame della mia memoria con i manichini di Elena. Questi per me sono la formalizzazione di una società disumanizzata, e quindi incompleta, che, riflessa nelle vetrine, si ritrova a scaricare sugli altri il dramma della propria vita: "Non io tu!".  Questa sancisce l'inconsapevolezza degli individui di essere esseri incompleti. Tu, che sei me, e un me riflesso, incapace di sentirti unico, nel senso di unito e completo. Incapace di sentirsi manichino di se stesso, che spesso cerca nell'artificiale quanto rimane dell'umanità. Il manichino, quindi, come metafora dell'apparenza, che ci ammonisce con il suo silenzio dicendoci che: "non sono io ad apparire umano ma sei tu." Sei tu ad essere incompleto, tu che sei "quasi".

 E Thomas Mann? Beh, questo un'altra volta.

mercoledì 19 settembre 2018

Il moralismo laico di Alessandro Di vicino Gaudio

Gaudio vive l'arte con un occhio critico nei confronti della società. Le sue opere sono brevi narrazioni, dei moniti, mai dei sermoni. Lapidario quanto basta per riconoscersi nelle proprie radici di streetartist; un genere d'espressione artistica che nasce nel secolo scorso che ora, sdoganato dalla sua lunga storia, diventa accademico. Un accademismo ben articolato in più generi, correnti e scuole.
Il tratto veloce che rasenta lo stencil senza mai avvicinarcisi, un bianco e nero che solo di recente è stato mitigato da cromatismi che rimandano alle origini dei graffiti più classici: i tag e le calligrafie, che sono diventati le note distintive del suo lessico.
Gaudio ci narra storie, e le storie sono il suo fare arte; un arte narrativa. Le sue sono sempre storie in ambito sociale, spaccati critici dei nostri comportamenti. Non sono mai narrazioni di singoli individui riconoscibili per loro particolare condotta. I suoi soggetti sono archetipi della collettività. La sua critica potrebbe essere il frutto di un moralismo non confessionale. Il suo dovrebbe essere definito un moralismo laico. Un moralismo che si distingue da quello religioso in quanto tollerante verso la devianza dai dogmi. Un moralismo che non impone divieti, come fa il moralismo religioso che si scaglia contro, e indifferentemente, sia al "malum in se" che al "malum prohibitum".
Nella mostra presso lo Studio Bolzani , con la sua narrazione per immagini, Di Vicino Gaudio prende spunto da  alcuni principi, i vizi capitali, per traslarli dai comportamenti dei singoli a quelli della società in generale e così facendo il suo giudizio non censura il comportamento dei singoli ma ricerca le radici sociali di questi mali.

lunedì 18 giugno 2018

Indagine sulle codizioni degli artisti nel mercato: una riflessione sul genere.

Con il titolo:  "A study on the financial state of visual artists today" (https://thecreativeindependent.com/artist-survey/), "The creative indipendent", una pubblicazione di Kickstarter, azienda leader del crowdfunding, pubblica un articolato studio sulla condizione dei creativi delle arti visive nel mondo. Circa mille persone hanno risposto al questionario.
Senza entrare troppo nel dettaglio di tutti i dati, che possono essere letti e scaricati dal loro sito, la prima cosa che mi è saltata agli occhi è che forse le modalità di intervista abbia condizionato anagraficamente la platea del campione intervistato dando una visione un po' distorta della realtà.
Considerando che il 37% si dedica alla produzione artistica da 1 a5 anni, il 29% dai 5 ai 10 anni, il 22% da 10 a 20 anni, solo il 6% dai 20 ai 30 e il 4% da più di 30 anni, si vede bene che il campione è composto principalmente da giovani (il 66% si dedica all'arte da meno di 10 anni), mentre solo il 6% è riuscito a superare i 20 anni di carriera. Una ecatombe? Un arrendersi prematuro? Non è dato da sapere.
Nonostante ciò è interessante vedere come le tradizionali due dimensioni rimangano in testa nella classifica delle modalità di espressione: 68%; mentre l'arte digitale supera di poco la scultura: 34% rispetto al 31%; mentre i designers e i performers rimangono in coda con il 18 e il 16%, superati di poco dai video artisti (27%). Vista la platea di giovani ci si sarebbe potuto aspettare ben altri risultati.

Un' altra cosa che stupisce, e che potrebbe rendere meno attendibile l'indagine, è che il 50 % delle risposte viene da donne, il 40 da uomini, il 5% da bisessuali e il 5% che non vogliono dichiararsi. Dico che la cosa che stupisce è proprio l'alta presenza della componente femminile del campione. Nei licei e nelle accademie questo può tranquillamente essere vero, ma nel "mondo del lavoro" questa massiccia presenza non risulta affatto. Basta prendere un catalogo d'asta, dare una scorsa ai nomi di una rassegna d'arte o ad un libro di storia dell'arte, per rendersi conto di come i risultati delle interviste siano falsati probabilmente dal mezzo di comunicazione e dalla forte compagine degli esordienti. Un'altra ipotesi potrebbe far dipendere la diminuzione della componente femminile dalle schiere di artisti è che esse vengano falcidiate dopo i 10 anni d'attività. Va bene per loro lo studio, l'inizio della carriera passi, ma non la matura professione (quella che fa durare l'artista nei secoli). Il panorama rimane quindi sessista non per vocazione, ma per selezione naturale.
Altra ipotesi è che il dato distorto del campione preso in esame dipenda prevalentemente dall'area geografica: il 75% del campione risponde dagli USA, il resto da Inghilterra (6%), Canada (4,5%), Francia (3%), Germania (2%), India (2%), Emirati Arabi (1%), Messico (1%) Australia (1%) e tutte le altre nazioni (4,5%). L'Italia è tra l'indistinto 4% di tutte le altre nazioni. Anche questa marginalità dell'Italia risulta un fatto particolare. Il paese dove nasce il Rinascimento, che ha la maggior concentrazione di beni culturali, viene annoverato nell'indistinto panorama artistico descritto come "altre nazioni".
Qualora si dovesse ribilanciare per area geografica il peso del campione, forse le cose sarebbero diverse.
Detto ciò, lascio riflettere sulla questione in attesa di altre illuminazioni.

mercoledì 28 marzo 2018

Daniele Cima

Non si finisce mai di stupirsi. Bisogna ammetterlo. Il primo approccio con L'arte di Daniele Cima l'ho avuta con Art in a Box.

Le dieci opere realizzate da Daniele per questa iniziativa erano particolari. Fui colpito subito dai colori piatti, tesi, omogeneamente distribuiti in campiture con precisione meccanica. Poi, subito dopo, in seconda lettura, ho iniziato a penetrare la sua ironia. Devo ammettere che non c'è niente di più piacevole che alleggerirsi l'animo con un'arte spensierata, non drammatica, quasi ludica.

Più volte in passato mi sono rapportato con artisti inclini alla gioia, portatori di allegria. Con Cima è stato un ritrovarsi in un ambiente confortevole con cui cercare una benefica sintonia. Bisogna ammetterlo: di tanto in tanto ci vuole proprio. Trovarsi in un convivio virtuale di allegri portatori di luce spensierata. Cima un portatore di luce, un lucifero quindi? Forse, anche se conoscendolo personalmente difficilmente lo si potrebbe assimilare al Signore delle tenebre. Forse un Lucifero prima della sua arrogante e presuntuosa insubordinazione. Un Lucifero ancora cherubino, che eterno bambino, crea piccole magie visive.

Nello studio Bolzani, che da qualche tempo frequento e in cui faccio un po' di salotto con gli assidui e storici frequentatori e di cui ho curato la recente mostra di Umberto Lilloni : "Genesi di un'opera", trovo oggi un nuovo capitolo del Cima pensiero. Introdotta da due testi, uno di Cristina Muccioli e l'altro di Antonello Negri, la mostra "Autoframe" ci presenta qualcosa di nuovo, originale, così come originale è il pensiero artistico di Daniele Cima. Il titolo già ci spiega, suggerisce, l'argomento chiarendo e confondendo nel contempo. Finché non si apre il catalogo o si vede la mostra si rimane nel dubbio. La rivelazione è che sono cornici, e che altro potrebbero essere. Solo che da contenitore esse diventano contenuto.



La cornice che si incornicia da se potrebbe essere l'autofagia del serpente che si mangia la coda: ma non è così. I piani di lettura delle opere si moltiplicano e a poco a poco rivelano nuove sfaccettature. Si inizia dai colori. I colori sono acidi e vengono accostati con ardimentosa cura.


Si nota subito che le cornici sono solo la forma esteriore di un estetica interiore. La forma quindi viene data dalle linee che in precisa ortogonalità racchiudono uno spazio, mentre il sentimento, per dirla con Susanne Langer, viene conferito dal colore. Tutto ciò crea uno spazio di gioiosa armonia.

Si torna quindi da dove si è partiti e dove credo si continuerà a tornare parlando dei lavori di Cima: alla gioia leggera di una decorazione colta che, a ben vedere con attenta lettura, si distinguerà nel panorama dell'arte andando oltre il design di un Mendini edonista, ma debitore di un Mondrian del secolo scorso che strizza l'occhio al più contemporaneo Peter Halley.


Le sorprese non finiscono qui. Le opere sfiorano leggere anche le nostre avanguardie dell'arte povera. Le cornici che racchiudono lo specchio, donandoci il nostro ritratto, si potrebbero accostare ad un Michelangelo Pistoletto di buon umore o ad un Giulio Paolini in vena di romanticismo. Ma Cima rimane sempre lui, colto citatore, mai imitatore, illusionista ed essenziale. Mai esagerato, mai eccessivo. 









venerdì 22 dicembre 2017

Il mercato, sempre lui

spulciando in archivio trovo una vecchia rivista. Un articolo mi colpisce e qui lo riporto per gli appassionati di "mercato dell'arte"

 Spero possiate apprezzare  i ricorsi storici e le perenni ripetizioni  degli stessi argomenti.

mercoledì 8 novembre 2017

Gli italiani hanno speso 68,4 miliardi

Roma: nel 2016 gli italiani hanno speso 68,4 miliardi, e li hanno spesi in cultura. Non sembra, ma questi sono i dati ufficiali dati da Federculture nel suo rapporto annuale. Non male, visto che rappresenta una media di 130 euro al mese a famiglia. Ma ... c'è sempre un ma in queste cose. Trilussa lo sapeva e il suo "pollo" c'è sempre qualcun'altro che lo mangia. Infatti ben il 37,4% degli
italiani, che sarebbe a dire una famiglia su tre, non prende parte al banchetto culturale. Ma il dato più allarmante è che si tratta di una percentuale in crescita. Se, come tutti gli indicatori economici rilevano da anni, la classe media sta riducendo le proprie schiere arretrando economicamente e la concentrazione economica amplia il divario tra benestanti e indigenti, questo si manifesta maggiormente sul piano culturale. Il 50% delle famiglie a basso reddito non hanno alcun consumo culturale: niente cinema, teatro, visite a musei o acquisto di libri. E se si considera il "consumo sporadico" si arriva al 70% della popolazione. Quasi due terzi degli italiani hanno sporadicamente consumi culturali. Per non parlare della lettura, fanalino di coda del consumo culturale. Secondo l'Aie la quota di italiani che leggono almeno un libro l’anno è scesa al 40,5% della popolazione.
Uno squilibrio di consumi culturali che, oltre che per reddito, si manifesta anche geograficamente. Da nord a sud il divario cresce in maniera allarmante.

Come arginare tale degrado della nostra società? 
Al di là della facile soluzione di aumentare la ricchezza delle famiglie per aumentarne i consumi in generale, cosa certamente auspicabile, quali provvedimenti possono essere presi?
Una riflessione in questo blog era stata fatta al seguito dell'auspicio espresso da Lidia Ravera di un sostegno economico alla produzione culturale, affrontando prevalentemente l'aspetto delle arti figurative, che mi sono più care. Ma a questo punto la riflessione va ripresa e rilanciata a fronte di questo drammatico quadro di riferimento.
Se la gente ha fame, non si deve finanziare la produzione alimentare, anche perchè non è la carenza di cibo che provoca la fame, ma la carenza di mezzi economici per saziarsi. Così dovrebbe essere inteso un vero intervento dello stato. Qualcosa in analogia con i food stamps americani, che hanno aiutato 47 milioni di americani ad integrare la loro dieta forzata, è stato introdotto in Italia, per la cultura, con il bonus erogato a pioggia ai diciottenni; ma credo che questo non basti, anche se aiuta.
Gli interventi devono essere ad ampio raggio. Devono coinvolgere in primo luogo le istituzioni scolastiche perchè i giovani sono i primi a dover essere ben nutriti, poi estendersi a macchia d'olio.
Come? Le ipotesi sono tante, e si potranno inventare soluzioni con un poco di fantasia.

domenica 15 ottobre 2017

Entropia culturale

L'entropia è uno dei concetti più affascinanti della fisica che trova risvolti nella vita di tutti i giorni. Un concetto che può applicarsi un po' ovunque, in ogni campo. Un po' come il sale nell'alimentazione. 
Ora vorrei accostarlo all'ambito della realizzazione artistica, o meglio al perseguimento della "fama". Fama comunque intesa, certamente, ma soprattutto intesa come riconoscimento da parte del pubblico del lavoro di un artista. Non ci sono formule matematiche per il raggiungimento della "fama", ne tantomeno formule magiche, ma c'è una cosa soltanto: il lavoro. Il lavoro, sempre tornando alla metafora della fisica, è entropia negativa. Il lavoro è ordine, in contrasto con il disordine che è conseguenza dell'entropia. Ordine e disordine sono le due forze fondamentali contrapposte. In questo caso potremmo dire che la conoscenza è ordine, l'ignoranza è disordine. 
Tanti concetti, questi, che sono frutto e al tempo stesso conseguenza ed espressione sempre dello stesso concetto originale: entropia. Si possono usare tante parole differenti e usarle per scopi differenti, ma l'archetipo è lo stesso. 
Tornando alla "fama" vediamo quindi che essa non è altro che una costruzione prodotta dal lavoro. Ma una volta prodotta la fama questa va difesa, proprio per contrastare l'azione della dispersione nel caos in perenne aumento. Come precedentemente detto e ripetuto la fama va difesa proprio perchè la caratteristica principale dell'entropia è quella di essere in perenne ed irreversibile espansione. Dico irreversibile nel suo complesso, ma reversibile, tramite il lavoro, nello specifico dettaglio, ovviamente. Solo il lavoro può contrastare il processo entropico. 
Per quanto un artista abbia raggiunto fama e gloria, il suo destino rimane segnato. Quando il poeta Keats era all'apice della sua gloria, scrisse dei memorabili versi in cui esprimeva la sua angosciosa presa di coscienza il suo destino futuro. "Qui giace colui il cui nome fu scritto sull'acqua". Questo il suo epitaffio da lui voluto per la sua tomba. Così esprimeva la propria coscienza della temporaneità della propria fama. Una fama che per essere raggiunta richiese tanto lavoro. Un lavoro svolto in prima persona, certo, ma anche da tanti altri attori più o meno noti. Chi sarebbe Keats senza i professori che ne insegnino la grandezza? Cosa rimarrebbe di lui se non ci fossero editori a pubblicarne i versi? 
Pertanto lo spunto di riflessione dovrebbe essere chiaro a tutti. Niente accade per caso. Niente succede senza che dietro vi sia un grande lavoro. E una volta che le cose sono state fatte e gli obiettivi raggiunti, ci vuole tanto lavoro per mantenere la posizione raggiunta. 

Quindi ... Buon lavoro.

giovedì 5 ottobre 2017

Umberto Lilloni e le collezioni d'arte delle banche

La banca popolare di Milano acquistò una serie di dipinti da Umberto Lilloni che ritraevano la Milano di un tempo. La Milano che emergeva dalla memoria nostalgica e consolatoria di un artista strettamente legato al suo territorio. Nel ricordarlo brevemente in questo post, per lasciare successivi approfondimenti ad altri interventi, rimando ad una pagina Facebook interamente dedicata al maestro del "Chiarismo Lombardo"

venerdì 4 agosto 2017

Polimorfismo dei luoghi d'arte

Non sono sicuro di come iniziare questa riflessione, dopotutto è un fenomeno ormai acclarato: le opere d'arte si fruiscono in molti luoghi. Alcuni di questi luoghi sono virtuali (web e televisione), altri sono reali, fisici, per dirla con un termine antiquato. Quelli chiusi da quattro pareti e un tetto o sono musei o sono altro.
Ed è proprio questo altro che si vorrebbe definire ed inquadrare in qualche modo. 
Una volta era più semplice, ora la complessità della nostra società richiede sforzi di fantasia.
Quante forme diverse richiede la contemporaneità per definire una attività che ormai ha già alle spalle un paio di secoli di rodaggio? Per trovare una parola per definire questi altri luoghi o attività connesse potremmo dire: galleria d'arte, associazione culturale, fondazione, studio d'arte, art advisoring e chi più ne ha più ne metta. Bisogna comunque notare che dalla seconda metà del secolo scorso, il moltiplicarsi delle definizioni ha subito una brusca accelerata. Se ancora nei primi del novecento le gallerie, almeno in Italia, avevano un matrice unica, o almeno molto simile, sicuramente l'esponenzialità della diversificazione delle formule costitutive la si ha con la fine del secolo e con l'inizio del nuovo millennio.
Già negli anni venti alcune librerie si prestavano ad ospitare delle mostre, soprattutto di quegli artisti legati alle avanguardie che erano affini, pur esprimendosi in modo visivo, a quei gruppi di intellettuali letterati con cui condividevano le pene della critica ostracista dei conservatori e la miseria economica tipica di chi cerca di muoversi contro corrente parlando fuori dal coro. Una necessità di trovare luoghi alternativi, mossa da eventi contestuali all'ambiente in cui si veniva ad operare, aiutati dalla solidarietà di amici ben intenzionati a trovar loro occasioni d'esprimersi. 
Ma oggi le necessità sono differenti. La legittimazione della trasgressione ha portato gli artisti ad agire isolati, senza cercare il conforto di altri intellettuali o di altri approdi per comunicare le proprie idee. Le alternative alla galleria non sono più quindi dettate dalla necessità culturale di una ricerca di consenso intellettuale, ma da una ricerca di una scappatoia nei meandri di una società che, pur comprendendoli, o comunque accettandoli dal punto di vista contenutistico, li ostacola sotto un profilo burocratico e legislativo. Le forme che prende quindi il sistema di distribuzione sono necessariamente diretta conseguenza di scappatoie giuridico formali atte a mantenere in vita un fragile sistema in perenne mutamento.
Avrete notato da questo preambolo confuso e arzigogolato che parlo di artisti e luoghi di distribuzione, sia materiale che intellettuale, indifferentemente, confondendone i ruoli. Un po' come se fossero una cosa sola e in effetti, per quanto qualcuno li consideri due controparti, io non riesco a vederli se non come un'unità interdipendente; una sorta di simbiosi, una medaglia con due facce, potremmo dire.
Non voglio entrare in argomento polemizzando contro gli stereotipi anti mercantilistici, cosa che si potrà fare in altro luogo, mi limito solo ad evidenziare come le difficoltà originate dalla stessa contingenza, siano condivise e condivisibili da entrambi i soggetti che, comunque giacendo su facciate opposte della medaglia, guardano troppo spesso in direzioni opposte senza rendersi conto che l'uno non può esistere senza l'altro (più o meno) e che dalla prosperità dell'uno dipende la prosperità dell'altro (più o meno).
Tornando all'inizio del discorso ... che dire? Forse che le varie forme giuridiche con cui si presentano i luoghi presuppongano un diverso contenuto? Oppure, come più probabilmente è, che ad ogni forma giuridica corrisponda un diverso modo di finanziarsi e di rapportarsi fiscalmente con una società in cui essi operano e che non capisce le peculiarità di una attività così diversa? Certamente la fiscalità ha contribuito molto a stimolare l'ideazione di nuove forme di definizione dell'attività di distribuzione, ma la cosa assume, nei momenti di crisi economica e di valori, un aspetto anche di necessità economica primaria, e da questo nascono i conflitti ed incomprensioni tra le due metà. 
Di recente ho letto sui social un post molto viscerale, e da quello sfogo personale di una parte incompresa, ho preso spunto per questa riflessione. 
Spesso gli animi si scaldano e le visioni contrapposte si incagliano in posizioni di radicale critica etica che, per quanto condivisibili in linea teorica, sul lato pratico mostrano solo un narcisistico disinteresse per per i problemi dell'altra metà del sistema che sperimentando, cerca solo una strategia di sopravvivenza. Comprensibili entrambi, condivisibili entrambi, deprecabili entrambi (non giudico e non prendo posizioni).

Ognuno idealizza la propria missione nel campo dell'arte facendo riferimento ad un immaginario che esiste solo per un esiguo drappello di fortunati o nei libri o nei sogni d'ambizione. Poi, con l'esperienza, infranti tutti i sogni, ci si deve adeguare alla realtà dei fatti.
Comunque tutto ciò non può e non deve essere liquidato con un semplice "così stanno le cose". Finché non si prenderà coscienza di essere tutti su una stessa medaglia, sulla stessa zattera che naviga in acque turbolente, bisogna imparare a cooperare. Bisogna imparare ad agire per l'interesse comune immedesimandosi nell'altro e cercando di portare il proprio contributo, senza vedere controparti, ma sodali ne proprio sistema vitale. Questi argomenti non li ha sfiorati Frank O'Hara nei suoi Consigli per artisti, ma correva l'anno 1952 e la cultura Beat non si faceva certo condizionare dagli aspetti pratici della vita di tutti i giorni. Non esistevano Fondi di investimento in arte come quello del British Rail Pension Fund o il Fine Art Fund che ora si chiama  Fine Art Group che gestisce $500 millioni in opere tra antico e moderno; non esistevano vendite plurimilionarie. Oggi invece si creano sogni avidi che contagiano anche chi si barcamena per conquistare un posto al sole, accontentandosi anche di un piccolo spiraglio.


martedì 1 agosto 2017

Marina Abramovic ci parla di Giacometti

Giacometti, un grande della scultura. Mai avrei pensato che Abramovic lo apprezzasse così tanto. Dopotutto il loro fare arte è diametralmente opposto. Ma l'arte, come si sa, è un linguaggio che si presta ad interpretazioni secondo la propria chiave di lettura. Quindi ascoltiamo la lezione di un artista su un altro artista: